25 settembre 2008

Un espresso, grazie

(titolo riferito al post dell'anno, nove righe di liveblogging di una cosa che non succederebbe neanche in Tanzania)

Ammettiamolo, noi italiani siamo spesso preda dello sconforto.
Pensiamo di vivere in un paese ridicolo, tra clientele politiche, illegalità diffusa, inefficienza burocratica, tonnellate di leggi mai applicate, Confcommercio.
Ci si può sempre riconsolare pensando che c'è chi sta peggio, ma per la maggior parte della nostra vita crederemo di essere un'espressione geografica, un volgo disperso che nome non ha.

È quindi ora, come veniva fatto notare qualche mese fa, di tornare al nostro status naturale, quello di colonia.
I tempi sono maturi, e l'attuale classe politica ha finalmente cominciato a rivalutare l'aureo periodo dell'occupazione nazista, ma anche la gloria della Roma papalina, giusto riconoscimento dopo gli oscuri secoli della retorica indipendentista.

Ora, ammettiamo per un attimo che vi venga permesso di scegliere il paese.
Voi cosa fareste? Quali sono le caratteristiche del colonizzatore ideale?
Un scelta razionale o d'istinto?

Comincio dalla Spagna, paese antico ma allo stesso tempo modernissimo, nostro ex dominatore, in forte crescita economica, e poi si possono sposare i froc all'avanguardia nei diritti civili.
Sì, però gli spagnoli ogni volta che hanno invaso qualcuno si sono comportati da ladri e sfruttatori, lasciando la solita cattedrale barocca sempre uguale sia che siate in Messico o a Cuba o in Ecuador.
E qui da ladrare c'è rimasto poco, e di chiese barocche ce ne sono pure troppe.

Gli inglesi no, la regina, la camera dei Lord, gli avvocati con la parrucca, ma come si fa?
Certo, avremmo gli Young Democrats, ma non mi pare abbastanza, e poi mi sbaglierei alle rotatorie.

Tedeschi? Certo molto organizzati, precisi, e soprattutto hanno un vero partito di sinistra, che non si chiama Die Linke Der Regenbogen.
Però poi chi li butta fuori dai mondiali? Respinti.

Non restano che i francesi.
Non è che non ci siano obiezioni da fare, per carità, però guardiamo i lati positivi.
I francesi hanno una religione di stato, che è lo stato, e tutto questo grazie al mio adorato Maximilien e alla sua invenzione del culto dell'Être Suprême.
Ci fosse ancora, l'Incorruttibile saprebbe come adornare le piazze di capocce di nemici della nostra povera penisola, cose come la mafia, la camorra, Confcommercio.

Tutto sommato la lingua non è difficile, i gallicismi all'inizio fanno un po' ridere ma poi ci si abitua.
Se ci mettiamo d'accordo con svizzeri e belgi riusciamo pure a convincerli a dire septante e huitante, invece che ridicolaggini come sessanta-dieci e quattro-venti.
La questione Alitalia? Uno schioccare di dita.

Il motivo profondo che mi fa preferire i francesi però è un'altro.
I cugini d'oltralpe chiamano le loro province con il nome del fiume che le attraversa, non con quello della città.
Quando erano a Roma, l'avevano ribattezzata Dipartimento del Tevere
Ora per voi è facile dire sono sardo, sono veneta, sono piemontese.
Io invece da quando sono nato non posso dire "sono laziale".
Ma vi pare giusto?

9 commenti:

  1. ciao, a questo punto vanno bene i francesi, ma non credo che si possa scegliere ci sono già gli americani.
    ciao

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  2. basta che poi non me lo chiamano dipartimento dell'aniene chè fa ancora piu burino

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  3. Non era mica della Roma?

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  4. Io direi il Lussemburgo, visto dhe le ragioni sociali dei lad... delle grandi aziende e dei loro (ex nostri) soldi sono già tutte là...

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  5. soto i francesi, giammai. magari sotto un francese, ma questa è tutta un'altra storia.

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  6. E se fosse la Danimarca?
    La Danimarca può fregiarsi del titolo di "paese più giulivo" della Terra (grazie wikipedia!), direi ch'è giusto che ci invadano...

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  7. purtoppo però, a maximilien gli ha sparato uno che si chiamava Merda:

    http://it.wikipedia.org/wiki/Charles-Andr%C3%A9_Merda

    e con tutti gli escrementi che ci sono qua non durerebbe neppure un attimo.
    peccato.

    M.

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  8. Io voto per la Norvegia.

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  9. Paola: onorato di trovarti tra i miei lettori.
    Io sono uno dei tuoi.

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