26 gennaio 2011

C'era un cinese in fila

Chi segue da tempo questo blog sa che uno dei miei passatempi preferiti è quello di far parte dell'ufficio elettorale di sezione, un bel termine burocratico per dire che faccio lo scrutatore o il presidente o perfino il rappresentante, e per non farmi mancare nulla ho fatto le stesse cose anche alle primarie del PD.
Non ricordo se ho già avuto modo di scriverlo, ma io non sono un amante delle primarie, e per una lunga serie di ragioni.
Le considerazioni che farò sulle primarie in questo caso però non sono politiche, ma puramente tecniche.

Le primarie non sono ovviamente elezioni poltiche e nemmeno amministrative; sono però, per definizione, elezioni aperte alla più alta partecipazione possibile.
In teoria l'insieme dei votanti dovrebbe avere la stessa cardinalità degli elettori del PD, ma è un valore che non viene mai raggiunto.
È però vero che i numeri registrati finora, per esempio nel caso nazionale, sono paragonabili a quelli delle politiche di un piccolo paese Europeo, come Danimarca o Finlandia.

Le elezioni classiche però non sono soltanto l'infilare una scheda piegata in un'urna di cartone, anzi quel gesto è solo una parte di un processo lunghissimo che coinvolge molte persone.
Le liste elettorali sono continuamente revisionate dai comuni, il giorno prima delle elezioni tutto il materiale necessario è contemporanemente presente nelle migliaia di sezioni sparse in tutta la penisola, gli uffici elettorali dei comuni, le prefetture e il Ministero dell'Interno restano aperti per due giorni consecutivi notte inclusa.

Le operazioni di voto sono condotte seguendo una serie di controlli piuttosto scrupolosi, sotto gli occhi di impiegati comunali, rappresentanti di lista e forze dell'ordine.
Il numero di votanti viene controllato, oltre che dal Ministero attraverso gli impiegati, anche dai Carabinieri, a orari diversi rispetto a quelli delle comunicazioni ufficiali.
Alla fine tutto il pacchetto di schede e i verbali, in doppia copia, vanno a finire alla cancelleria del Tribunale mentre il Governo, che attraverso il Ministero ha il compito di organizzare tutto, cautelativamente non ci mette mano.

Con tutta la buona volontà, dato che i militanti hanno solo quella e non uno stipendio, come può un partito seppure ben organizzato pretendere di evitare intoppi o contestazioni?
La falla delle primarie è non solo questa, e sarebbe già grave, cioè non conoscere alla fonte il corpo elettorale, ma anche aggiungere il voto dei sedicenni e degli stranieri, di cui è possibile controllare sì e no la tessera dell'ATAC.
I comitati di garanzia sono composti da un pugno di iscritti; le verifiche necessarie, quelle per cui lo Stato impiega e paga migliaia di persone, sono del tutto al di fuori delle loro possibilità.

E anche se queste possibilità le avessero, cosa dovrebbero fare? Non ci sono appigli nello Statuto e nel Codice Etico del PD contro il voto degli immigrati pagati, a meno di non beccare in flagrante il candidato che gli dà i soldi, che è come trovare un assegno per Ruby R. pagato da Silvio B.
Potete magna' tranquilli, come dicono dalle mie parti.

È chiaro che se quello che vince prende l'ottanta percento c'è poco da discutere, siamo tutti compagni che bello che bello, ma se le cose vanno come a Napoli chi perde comincia ad attaccarsi a tutto, agli stranieri, ai camorristi, ai bassoliniani e a quelli del PDL che passavano di lì per caso.
Nessuno discute i quattro a zero, mentre tutti protestano per l'uno a zero con rigore al novantesimo, anche se il rigore è grosso come una casa; è umano, e quindi anche democratico.

Le primarie però non sono solo un disastro organizzativo
Un merito di cui si parla poco lo hanno: sono una fonte cospicua di finanziamento del Partito.
Il problema dei soldi per un partito come il mio è praticamente Il Problema, specialmente quando quello avversario i soldi li ha per sé stesso e altri sei o sette.

Il costo della politica, in termini di manifesti e volantini, è piuttosto contenuto, con un po' di sacrifici ci si riesce, e qualche sponsor per le feste dell'Unità si rimedia sempre.
Il vero dramma è l'affitto delle sezioni, e non stranamente molte di esse, anche storiche, hanno dovuto chiudere o fondersi, in particolare nelle grandi città dove anche un sottoscala con topi viaggia sui mille Euro al mese.

La soluzione che preferisco è una di quelle cose che con gli anni è diventata sinonimo del Male: il finanziamento pubblico.
Immagino attacchi di orticaria e rinite in qualche lettore, ma il principio alla base del finanziamento pubblico è chiaro come il sole: se la politica non è un mestiere la può fare solo chi ha già un altro mestiere che gli rende abbastanza.
Ci era arrivato perfino Pericle quei venticinque secoli fa, malgrado molti siano convinti che sia stato inventato da Craxi (me l'ha detto come al solito lui, Atene nel V secolo non è il mio terreno).

Senza finanziamento possono resistere due tipi di partiti: quelli che hanno un Paperone alle spalle, e già ne abbiamo uno, e quelli fatti con i "Mi piace" su Facebook.
Che a me non piacciono per niente.

4 gennaio 2011

Cose che forse vi siete persi

Prima che ci fossero gli eventi su Facebook, prima di Last.fm, prima delle newsletter, prima che il Circolo degli Artisti si trasferisse a via Casilina, era molto meno facile sapere chi suonava in giro per la capitale.
Serviva fortuna, qualche amico ben inserito, magari un posto dove bene o male qualcosa si strimpellasse comunque.
Avrete intuito dall'introduzione che si tratta di un post da vecchi, e infatti lo è.

Il Metropolis era un locale che stava a via Rasella, proprio quella dell'attentato che causò la rappresaglia della Fosse Ardeatine.
Era un posto che oggi non passerebbe neanche un controllo di sicurezza dei vigili di un paesello della Guinea Bissau, e lo sapevamo già allora, ma c'erano due buonissime ragioni per cui del pericolo ce ne infischiavamo.

La prima era che la tessera, ché se ne gli anni '90 non avevi la tessera non eri nessuno, costava cinquemila lire al mese.
Potete invocare l'inflazione, il potere d'acquisto dei salari, l'Euro o quel che volete, ma cinquemila lire al mese erano comunque niente.

La seconda è che c'era un live tutte le sere, ma tutte tutte.
Certo, per avere il cartellone sempre pieno si doveva accettare qualche compromesso;
c'erano diverse volte che quelli sul palco avrebbero meritato bottigliate alla Blues Brothers, o cover band di gente che ti stava sul cazzo anche in originale, ma tanto era praticamente gratis, e a caval pagato poco non guardi molto in bocca.

Il locale era a due piani: al piano terra c'era il bar, e a quello interrato la sala concerti.
I due spazi erano collegati da una scala talmente stretta da non passarci in due, e che avrebbe impedito qualunque eventuale tentativo di fuga, per fortuna mai sperimentato.
La sala concerti, anche se sala è una parola grossa, aveva a destra una serie di panchette e a sinistra delle nicchie dove c'era un tavolino.
Arrivando abbastanza presto si poteva star lì a fumare (si poteva), fumare cose molto aromatiche (non si poteva ma ogni tanto passava uno ad avvisare che ce stanno 'e guardie), bere seduti.

Il bere era forse l'esperienza che più contraddistingueva il locale.
Ovviamente si doveva passare per il bar, e lì c'era la vera star del metropolis, il barista.
Immaginate un tizio abbastanza somigliante a Frank Zappa, sempre vestito con jeans nero e cappello nero, sempre con la stessa espressione.
Si raccontava che qualcuno l'avesse anche sentito parlare, e infatti a me era capitato, perché una volta mi corresse il nome della birra che avevo chiesto.
La birra che poi era l'unica disponibile al bar, tale XXXX, una terrificante australiana che andava pronunciata four exes.

Un giorno il Metropolis chiuse, senza concertone d'addio, senza tutto gratis finale, da un giorno all'altro la serranda era chiusa, e anche se non sono passato di recente a controllare non ho mai saputo se al posto di quel mitico locale sia mai stato aperto qualcos'altro.
Girarono infinite leggende sul motivo della chiusura, una più bislacca dell'altra, ma alla fine il perché non l'abbiamo mai saputo.

Un post da vecchi non sarebbe tale senza l'aneddoto, e quindi mi accingo.
Una sera suonavano gli XO War, band metal che poi mi è capitato di rivedere anche su altri manifesti all'epoca, ma che io e i miei amici, che con il genere non ci facevamo granché, non avevamo mai sentito nominare.
C'era un sacco di gente, e in una pausa del concerto il batterista, completamente sudato fradicio e praticamente nudo, imboccò nella nostra nicchia urlando "aoh, nun state a poga' pe' 'n cazzo, li mortacci vostra!".
Poi tornò a suonare, proponendo come bis la cover di Territorial Pissing dei Nirvana.