28 aprile 2011

Āl ǧabr

Qualche giorno fa il sottosegretario Carlo Giovanardi, in un programma televisivo di un tizio con un nome buffo, ha avuto da ridire su una campagna pubblicitaria di un noto mobilificio svedese.
Riporto da ANSA:

"Contrasta a gamba tesa contro la nostra Costituzione, offensivo, di cattivo gusto. L'Ikea è libera di rivolgersi a chi vuole e di rivolgere i propri messaggi a chi ritiene opportuno. Ma quel termine 'famiglie' è in aperto contrasto con la nostra legge fondamentale che dice che la famiglia è una società naturale fondata sul matrimonio, in polemica contro la famiglia tradizionale, datata e retrograda"

Per capire la dichiarazione studiamo un po' chi è Giovanardi.
Il senatore Giovanardi ha svolto quasi tutta la sua carriera politica nella DC e poi nell'UDC, ma alla vigilia delle elezioni del 2008 decide di passare da Berlusconi il quale, notoriamente generoso, gli regala il posto da sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega a famiglia, droga e servizio civile.

Fatto sta che il mese scorso Tremonti ha tagliato i viveri, il Fondo per la famiglia, circa del 90%, rendendo la delega praticamente inutile.
A questo punto il nostro si è trovato improvvisamente con un sacco di tempo libero, che ha deciso di impiegare occupandosi di pubblicità.

Per quanto mi riguarda Giovanardi è liberissimo di trovare di cattivo gusto due uomini che si tengono per mano.
Anche a me non piacciono quelli che si slinguazzano per strada, o quelli che ci rendono edotti della marca delle loro mutande, ma io non sono sottosegretario e non me la prendo con famosi mobilifici, ed è per questo che finora non lo sapevate.

Fino a qui avremmo potuto liquidare la faccenda tra le lamentele di un vecchietto bacchettone, ma il senatore, sicuramente perché ha tempo di elaborare, parte per la tangente e teorizza il concetto di pubblicità anticostituzionale.
Concetto interessante, infatti ci sono stato a pensare un bel po', e alla fine ho deciso che potrebbe stare bene insieme ad altri simili come fuorigioco di Van der Waals e quadratura del Burkina Faso, e cioè tra le cose senza senso.

Sarebbe stato bello finire in gloria, ma non ci si è riusciti perché un deputato del PD, Giorgio Merlo, decide che non può non aver nulla da dire, e poi il mobilificio è veramente famosissimo, e quindi sul suo blog scrive questo:

“Un conto è denunciare il fallimento del Governo sulle politiche per la famiglia e per l’infanzia. È appena sufficiente ricordare il pesante taglio deciso dal Governo Berlusconi a favore delle famiglie italiane. Altra cosa, invece, è ricordare e custodire il valore costituzionale della famiglia. Su questo terreno il sottosegretario Giovanardi ha ragione. Senza se e senza ma. E il messaggio pubblicitario dell’Ikea va denunciato. Almeno per chi crede nel valore costituzionale della famiglia”.

Presentiamo anche l'onorevole Merlo, deputato eletto nella circoscrizione Torino, di lunga esperienza, membro della Commissione parlamentare per l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi, detta tra gli amici Vigilanza RAI.
Che fa la Vigilanza RAI? È una commissione di quaranta parlamentari, presieduta per cortesia istituzionale da un membro dell'opposizione, che si riunisce quando succedono casini nelle trasmissioni di Santoro.

Non che il nostro Michelone nazionale non ci provi spesso a far casino, ma non ci riesce sempre, quindi l'onorevole Merlo, come il collega Giovanardi, ha un sacco di tempo da perdere, che ha deciso di impiegare occupandosi di pubblicità.

La sua dichiarazione ha tutta l'aria di una preterizione, e parte anche bene, subito un'accusa ai tagli di Tremonti alle politiche per la Famiglia, e quasi ti viene da dire "vai Giorgio, vai!".
Poi però anche lui espone una sua teoria, elaborata probabilmente nelle lunghe passeggiate al Caffé Sant'Eustachio, che guardacaso coincide con quella di Giovanardi, e per la quale valgono le considerazioni fatte sopra.

L'obiezione più scontata sarebbe "oh mio dio abbiamo nel partito uno che dice le stesse cose di uno dell'altro partito", ma è sbagliata.
È sbagliata perché il PD è, o aspira a essere, un partito di massa, e partito di massa significa che si prende un modello economico e sociale che comporta una redistribuzione della ricchezza (in un verso o nell'altro), si ha una struttura territoriale, uno stato maggiore (segreteria), un metodo di selezione dei dirigenti, e soprattutto che si cerca di prendere un bel po' di voti, diciamo un 30% (magari).

Da qui è evidente che questo tipo di partito deve abbassare alcune soglie di accettabilità, e nella maggior parte dei casi queste soglie sono proprio i diritti civili, intesi come quelli che non sono già nella Costituzione.
Questo non perché, ci fosse bisogno di dirlo, abbiano minore importanza, ma per la ragione storica per cui un'aggregazione politica grande non si è mai realizzata su temi del genere, neanche quando, come per esempio nel caso della legge 194, questi erano largamente maggioritari tra gli elettori.

Il problema è che l'idea di partito di massa confligge malamente con l'idealismo, il che è causa di innumerevoli discussioni che non hanno nessuna speranza di trovare una sintesi.
Se siete degli idealisti guardate altrove, non fatevi salire la pressione perché si fanno (aaaargh) compromessi, e soprattutto non fate salire la pressione a me cercando di farmi cambiare idea.

Con questo però non voglio dire che l'onorevole Merlo sia esente da critiche.
Per quanto il suo commento sia personale, dato che non ha incarichi di segreteria, quello che dice non va bene, e non per le sue personali convinzioni in materia di uomini mano nella mano, ma perché mette nella sua equazione due termini che non sono in nessun modo confrontabili.
È doveroso, per un membro dell'opposizione, mettere all'indice i tagli del governo, ma non bilanciarli dialetticamente con la critica a una reclame che onestamente è soltanto paracula, e quindi per definizione azzeccata.

Bisogna far capire agli elettori dove si sta politicamente, senza "ma anche".
Nel caso ciò sia impossibile, almeno sedere in commissione Affari Costituzionali, dove di tempi morti ce ne sono assai di meno.

4 aprile 2011

Oh, è tutto così silenzioso

Da bambino, ma non ricordo bene a quale età, mi capitava di fermarmi a guardare la lavatrice.
Seduto là davanti cercavo di dare un senso alla sequenza di giri che facevano plush plush, e alle pause che li seguivano, ma soprattutto ero affascinato dalla ruota dei programmi, qualla cosa che faceva crac crac e decideva, in qualche modo oscuro, cosa doveva fare la lavatrice.
C'erano già pesanti indizi che sarei diventato un tecnocrate.

Alla fine dei plush plush c'era immancabilmente il ragnarok del lavaggio: la centrifuga.
I panni sparivano sui bordi e in mezzo c'era il nulla, un buco nero come ce lo immaginavamo nei film di fantascienza dell'epoca, l'apparato tremava e rumoreggiava fortissimo.
Io però avrei fatto la centrifuga all'inizio, perché così mi sembrava che lavatrice stesse dando la mazzata finale ai panni, e invece si sarebbe dovuto partire forte e finire dolcemente, ché magari i panni erano stanchi.
C'erano già pesanti indizi che sarei diventato di sinistra.

La rotella dei miracoli diceva cose un po' per iniziati: crac prelavaggio, crac crac molto sporchi, crac crac crac crac seta e delicati.
Cos'è il prelavaggio? Come faccio a capire cosa è sporco e cosa lo è molto?
Non serve più, perché ora c'è ciclo camicie, ciclo piumini, ciclo calzini, ciclo calzini del calcetto.
È probabile che oggi ci siano molti più uomini che devono far funzionare la lavatrice da soli.

O forse no, forse anche le lavatrici, come i telefonini o i sistemi operativi, hanno semplicemente un'interfaccia più umana.
Qualcuno deve aver pensato che fosse giusto anche per i diversamente lavandai avere una certa facilità d'uso di un mezzo così importante.
In una riunione di un'ipotetica azienda tra commerciale e i tecnici più o meno deve essere andata così:

"allora, la concorrenza sta progettando una lavatrice che invece di dire come si deve lavare dice cosa si deve lavare"
"embe'?"
"e allora noi dobbiamo uscire prima, serve un progetto"
"saranno almeno sei mesi di lavoro" (ma almeno, ma infatti)
"non se ne parla, dobbiamo fare molto prima"
"con questi requisiti ci sono delle criticità evidenti" (bravo, bene, diglielo)
"facciamo un paio di bottiglie di Borgogna nel pacco di Natale?"
"cantine indipendenti francesi?"
"mi pare ovvio"
"però qui nei requisiti alcune cose ancora..."
"apriamo le porte di eMule nel proxy aziendale"
"in una quindicina di giorni dovremmo farcela"


Sì, è così, abbiamo il ciclo camicie e non i panni sporchi perché siamo esseri umani, e gli esseri umani vanno avanti.
E vanno avanti anche per errori, anche mettendo cose come il Diario su Outlook o il Push to Talk sui telefonini, che nessuno a memoria d'uomo ha mai usato ma che probabilmente uscivano da una riunione come quella sopra.

Fatti non fummo a viver come bruti, ma per andarcene in giro come l'Enterprise, arrivare dove nessuno è mai giunto prima, e non tornare indietro.
Ditelo quando sentirete dire che è tornato il vinile o vi parlano di decrescita, ditelo che sono cose insensate, che stiamo qui per cercare di curare malattie orribili come per lavare i panni più velocemente di prima, per non lavarli proprio, per arrivare al centro senza dover cercare parcheggio con la camicia pulita.

Una volta che si è conquistato qualcosa che ci piace non lo si molla più, anche se costa la fine dei vecchi stili di vita, costo che paghiamo volentieri, come paghiamo la luce o il gas.
Generazioni di umani hanno vissuto senza luce e gas? Verissimo. E chi se ne frega?
Tutti cercano la ragazza bella e vicino casa. Si è mai sentito qualcuno dire "la voglio bassa, culona, con i denti storti e residente a Casal Bernocchi"?

E dite pure che la lavatrice, alla fine, non è neanche troppo complicata.
È la lavastoviglie il problema: non immaginavo ci fossero così tanti tipi di piatti.