2 luglio 2011

Prenestina

Scalinata Mark J. Sandman, Palestrina
Quando Mark Sandman se n'è andato io non conoscevo così bene i Morphine. C'era già il web, c'erano gli mp3 ma alla fine per conoscere gli indipendenti, quelli nel vero senso della parola, avevi bisogno di qualche iniziato che ti imbeccasse.
Non li conoscevo, eppure ricordo il giornale radio della mattina che dà la notizia, e i telegiornali, compresi quelli grossi, che lo ripetono durante la giornata;
forse perché quella cittadina vicino Roma, che organizzava un festival dal cartellone così internazionale, sembrava un posto un po' provinciale per far morire un americano.
Ma per me era comunque morto uno che faceva rock con un po' di jazz dentro, all'epoca abbastanza di moda, era morto quello della band che suonava senza la chitarra, e nient'altro.

Ieri un mio amico con le maiuscole e la sintassi incerte ha messo il video di The Night, e mi ha fatto tornare in mente tutto questo.
Ho pensato che siccome morire a quarantesei anni è ingiusto in ogni tempo e in ogni spazio, la storia potrebbe essere stata diversa.

Ho immaginato che quella divinità che aveva proposto ad Achille una giovane morte eroica al posto di un'anonima vecchiaia fosse andata dal nostro Mark a offrirgli lo stesso patto, morire sul palco mentre suonava invece che in un ridicolo hotel, morire vicino all'eterna Roma, nella cittadina dove secoli fa era nato uno dei creatori della musica moderna, invece che nella sua Boston.

Ho immaginato che Mark sarebbe stato un po' riluttante, ma che la divinità avrebbe rilanciato con l'intitolazione di una scalinata, ché neanche Syd Barrett e Ian Curtis hanno tutte queste strade con il loro nome, e perfino a De André hanno rimediato una piazzetta alla Magliana, mica tanto di più.

Ho immaginato che la divinità, come ultima offerta, lo avvisasse del fatto che sarebbe stato meglio morire prima che una folla piena di telefonini potesse riempire la rete di immagini e filmati del suo cadavere sul palco.

E che Mark, a quel punto, abbia detto di sì.