5 giugno 2005

Generazione dei no, ora 4 sì

Non che siamo un paese che referendum non ne fa, ma nessuno di questi passa alla storia come quelli che influenzano il costume, il modo di vivere.

11 maggio 1974, per la prima volta gli italiani devono votare un referendum abrogativo di una legge, la 898 del 1970, detta legge Fortuna, il deputato socialista (e radicale) primo firmatario.

In un certo senso è "il" referendum.

Il diritto di famiglia ancora dice che il capofamiglia decide il domicilio, le donne ancora vanno in giro con il certificato di matrimonio per dimostrare che avevano un cognome diverso, che viene orrendamente chiamato "cognome da ragazza".
Un semi-sconosciuto personaggio abruzzese irrompe sulla scena, Giacinto Pannella detto Marco va in giro imbavagliato, chiede udienza alle istituzioni e quando viene negata non mangia più.
Un professore universitario, Gabrio Lombardi, raccoglie un milione di firme per far celebrare il referendum.
I grandi partiti di allora, DC e PCI, se lo sarebbero volentieri risparmiato, non vogliono lo scontro.
Alla fine, solo una parte della DC, guidata da Fanfani, farà campagna per il Sì, mentre il PCI farà finta di nulla, inventando la celebre definizione del divorzio come "sovrastruttura borghese".
Chi lavora sono le parrocchie e i laici, bisogna spiegare, e non è facile, che se si vuole la legge così com'è bisogna dire No.
Si raggiungono vette di anticlericalismo mai udite, un giovane Forattini raffigura le gerarchie ecclesiastiche avaramente attaccate alle tariffe della Sacra Rota per l'annullamento, unico modo di finire un matrimonio.
Per la chiesa è la prima dura batosta, il 59,3% dice No, nelle città si supera anche l'80%.
L'anno dopo, il nuovo diritto di famiglia metterà fine per sempre a capifamiglia e doppi cognomi.

Il referendum sull'aborto non era uno, ma in realtà due, e quasi quasi tre.
Si era partiti da lontano, i radicali avevano già raccolto le forme per cancellare dal codice penale l'interruzione di gravidanza (che era reato).
Per evitare i referendum era stata approvata la legge 194 nel 1978, ma subito i cattolici e i radicali raccolgono firme e portano alla Consulta tre richieste referendarie.
Ma la Consulta ne accetta due, quella del Movimento per la Vita di Casini (Carlo, non Pierferdi) e quella dei radicali.
Il papa polacco eletto da poco interviene pesantemente nello scontro, che verrà ricordato per tre espressioni che dominavano i media: mammane, cucchiai d'oro, weekend in Svizzera.
Si vota per cinque referendum, è la prima volta, e in tutti i casi vincono i no, e la 194 resta com'è.
Sul quesito per l'abrogazione, per i cattolici è un disastro, il 68% si pronuncia per mantenere la legge.

Siamo tornati a quei toni da battaglia epocale, a votare per il punto da cui non si torna indietro.
I fautori dell'astensione, e non più del No, perché ormai le percentuali di votanti sono troppo basse, battono sull'ignoranza del corpo elettorale, come se per votare dovessimo essere tutti ginecologi.

Io non ho voglia di avere qualcuno che mi dice se mi merito di fare l'elettore, ho dei dubbi, e i miei dubbi li preferisco ai dogmi degli altri.

Voterò 4 sì.

1 commento:

  1. Che pensiero gentile, non avevo tempo di scrivere un post e me lo hai scritto te :D

    Grazie, erma'

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