La catastrofe di Lampedusa ha poco a che fare con l'immigrazione in senso stretto, così come c'entra poco con la pessima legge Bossi - Fini, la quale sarebbe da modificare radicalmente a prescindere.
Gli immigrati dei "barconi" sono profughi, non arrivano da paesi poveri ma da zone di crisi regionale come Siria e Somalia oggi, o Iraq e Afghanistan ieri.
Non ci vorrebbe nemmeno molto a intuirlo, dato che nessuno ha mai visto un cinese o un rumeno su queste carrette.
Se abbiamo proprio voglia di andare oltre i soliti status di Facebook che dicono "Mai più!", "Preghiamo", o che mettono una foto con un po' di morti presa da un giornale a caso, proviamo a smontare le parole vuote che da anni vengono ripetute ogni volta in situazioni del genere.
Diciamo che la panzana del pattugliamento delle coste non è attuabile a meno di non mettere una motovedetta ogni chilometro, per giunta nelle acque territoriali di altri paesi.
Diciamo che gli accordi con i paesi nordafricani sventolati orgogliosamente da certi governi sono carta straccia, e non per cattiva volontà, ma perché le organizzazioni criminali che trafficano in disperati hanno una capacità enorme di rilocazione e corruzione, ben al di là delle possibilità di questi paesi di far applicare certi accordi.
Diciamo che se è giusto, come credo anche io, che un solo paese non può farsi carico di crisi che possono esplodere in qualunque momento o luogo e che il problema dovrebbe essere europeo, la risposta dell'Unione è stata la creazione della sua agenzia più inutile (e inutile è un complimento), Frontex, che si premura di farci sapere quanto è costato il rimpatrio di un po' di albanesi.
Diciamo, già che siamo al tanto reclamizzato semestre di presidenza italiano, che la politica europea in materia di risposta alle crisi è inesistente, e va inventata da zero.
E ricordiamo pure al rattristato ministro-segretario Alfano, che a quanto pare è in vena di cambiamenti, che quel partito in camicia verde a cui il suo decadente padrone ha regalato un'alleanza indistruttibile e tre regioni del nord oggi non trova di meglio da fare che prendersela con i "messaggi che attirano la gente", come se a organizzazioni mafiose transnazionali fregasse qualcosa delle dichiarazioni della Presidente Boldrini, come se fossero i poveracci in barca a decidere la rotta.
Già è stato discutibile allearsi con degli schifosi razzisti, figuriamoci se sono pure in malafede.
04 ottobre 2013
Uomini in barca
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03 dicembre 2012
Componendo i contrasti
Pagare. In un futuro non troppo lontano le primarie potrebbero non avere restrizioni all'uso di TV e quotidiani come è stato per queste ultime. A quel punto un candidato che aspiri alla guida del partito/coalizione potrebbe perfino non essere un politico, ma banalmente uno che inonda l'etere di messaggi contro il vecchio, l'apparato, le regole. E sì, lo so che è già successo, ma mi riservo la libertà di non farmi piacere tutto quello che succede.
Anzi, è proprio una cosa che non mi fa dormire, quindi per rilassarmi durante questo estenuante scontro mi sono soffermato un po' di più, ché non me li ero mai filati, sui cosiddetti influencer, orrida parola inglese che descrive quella che è la versione moderna e telematica dell'agit-prop, anche se a me piace di più una parola italiana fuori moda: il sobillatore.
Il sobillatore moderno ovviamente si muove sui social network, altrettanto ovviamente sa scrivere bene, la bella lingua checché se ne dica funziona sempre, ma soprattutto è bravo a far intendere che la sua posizione sgorga dal cuore e non da un bonifico.
Ora i vecchi dell'apparato che difendono le regole punteranno i fucili, ma come sarebbe a dire, non abbiamo sempre detto che contano come il due di coppe quando regna bastoni? È vero, uno che ti sta al gazebo dodici ore a Rieti a novembre fa prendere molti più voti di uno comodamente seduto davanti a Twitter, però è pure vero che buttiamo un sacco di soldi in propaganda molto più sterile.
Per esempio i manifesti. Basta con i manifesti. Costano almeno un euro l'uno (tanto) e non servono quasi a niente, funzionano un pochino solo per gli eventi, per il resto sono carta sprecata.
Secondo me invece i sobillatori vengono via con molto meno. Magari non sono tutti economici, un ex direttore di rete generalista ti costa di sicuro di più, però pagandone qualcuno decente tutti quelli che, come me, si informano quasi esclusivamente in rete si risparmierebbero un mese di ansia da sepoltura sotto una valanga di voti per Renzi, o per qualunque altro presunto rinnovatore che tra qualche anno brandirà la riforma Ichino come moderna.
Per dire, alla fine pure da me sono venuti tre o quattro con l'email di domenicamenefregodelleregole.it, e se il divario non fosse stato quello che alla fine è realmente stato sai a che canizza avremmo dovuto assistere?
Pensiamoci, pensiamo a dei sobillatori d'apparato, della conservazione e dell'usato sicuro, tanto peggio che non farci rimediare un voto non potranno fare, in compenso avremo risparmiato sui manifesti e sulle bronchiti che ci becchiamo ad attaccarli di notte.
Vincere. Siamo andati al governo due volte: una volta ci ha fregato Rifondazione, una volta Mastella.
Quando si parla di alleanze in sezione vedi la gente che sgrana gli occhi o si tiene la faccia tra le mani.
C'è da capirli, e c'è da capire che, quando arriva uno che ti dice di andare da soli, l'orgoglio di partito e la fifa possono fare breccia negli animi pur abituati a tutto dei nostri elettori.
Io ho un'idea mia, considero le alleanze del tutto irrilevanti.
Stare al governo vuol dire comandare i servizi segreti, vuol dire decidere se mandi l'esercito in Libano, vuol dire organizzare soccorsi in caso di terremoto o alluvione, vuol dire sciogliere consigli comunali in mano a organizzazioni mafiose.
Soprattutto vuol dire trovare i soldi per le cose suddette e per le migliaia di altre che possono capitare, e hai voglia se capitano, in un paese di sessanta milioni di persone.
Se il tuo programma è non fare accordi con il partito di uno che nel '97 ha detto che i gay sono pervertiti, hai il programma di uno che entra da Eataly e non compra niente.
Governare, se ci fosse bisogno di ripeterlo, vuol dire prendersi le responsabilità, non eluderle.
Ciò non toglie che due paroline sui nostri alleati più o meno probabili si possano dire.
Fossi più borghese potrei fermarmi al fatto che riconoscevo dall'aspetto e dall'abbigliamento, con precisione vicina al 90%, quelli che votavano per Vendola. E no, non è una cosa di cui si dovrebbe andare fieri.
Dentro SEL, partito giovanissimo, c'è ancora un problema di sistemazione ideologica: antipolitica, madre della folle decisione in Sicilia di andare con l'IDV e sparire dall'ARS, mentalità da collettivo studentesco, dove non si riesce a distinguere tra Pace Nel Mondo e rifacimento dei marciapiedi di via di Tor Cervara, e non di rado sordo rancore nei confronti del PD, colpevole di incitamento al voto utile.
Non che tutte queste cose si verifichino contemporaneamente, ma per me sarebbe meglio se non si verificassero e basta.
Eppure Nichi il comunista è al comando da otto anni di una regione che alle politiche continua allegramente a votare a destra. Come fa?
È semplice, prende decisioni, interviene quando c'è un problema. In una parola: governa.
Non ha trasformato la sua regione nella Repubblica Socialista Ecologica e Libertaria delle Puglie, è riuscito a far schierare l'UDC (orrore!) contro il PDL, e se non bastasse è pure uno che ha fatto sbattere il muso due volte a d'Alema. Non sono molti quelli che hanno l'opportunità di raccontare una cosa simile.
L'UDC, dal canto suo, non riesce a fare altro che vaghe proposte di montismo che finora non l'hanno schiodata da qualcosa di più del 5%, quasi tutto proveniente dal voto in Sicilia.
Tra l'altro l'area in cui si vorrebbe piazzare il partito di Casini a me pare piuttosto ricca di offerta ma povera di domanda.
Per stare però più sul concreto prendiamo un evento recente: pochi giorni fa la Camera ha approvato definitivamente una legge che elimina dal Codice Civile la distinzione tra figli legittimi e naturali, che per capirsi sono i figli nati dentro e fuori dal matrimonio.
Tra i figli naturali ci sono, o meglio c'erano, anche quelli nati da rapporti incestuosi, cosa di cui mi pare difficile dar la colpa ai figli.
La maggioranza che ha approvato la legge è stata quasi totale, hanno votato contro solo 31 deputati, tra cui sei o sette dell'UDC, che hanno motivato il loro no con la motivazione secondo cui questa legge "legalizza l'incesto".
Non perdo tempo a smontare la mistificazione, ma pongo una domanda: ha senso presentarsi di fronte agli elettori con degli arnesi che fanno sembrare Torquemada un illuminato progressista?
Perché qui non è in gioco la rilevanza dei cattolici in politica, tema serio che mi auguro non dipenda da voi, ma quello di candidare dei tizi che verranno scambiati per i simpatici picchiatelli che si incontrano a Oxford Street e che dicono che la fine del mondo è vicina, altro che agenda Monti.
Contare. Al primo turno Renzi ha preso gli stessi voti che aveva preso Franceschini nel 2009. Potete considerarlo un caso o un dato che significa poco, per me invece significa tutto.
La cosa che può far sorridere è che sia Franceschini che Marino, i due contendenti di allora, oggi sostenevano Bersani, ma è chiaro i rapporti tra i due modi di vedere le cose, al di là delle persone, sono gli stessi di tre anni fa.
C'è un pezzo di partito che ha un'idea di un certo tipo, un'idea che è quasi più antropologica che politica: capo forte (le correnti sono sempre il male) e fine dei gruppi sociali di riferimento. Inutile dire che l'altro pezzo, quello che ha preferito Bersani, la vede in maniera opposta.
Da questa differenza ne discendono tante, Berlusconi parte del sistema o anomalia del sistema, alleanze o vocazione maggioritaria, partito solido o liquido, bipolarismo o bipartitismo e tante altre che non elenco.
E come per tutte le differenze del PD la linea che divide non passa per il vecchio confine tra DS e Margherita, malgrado questa sia la storia che sentite raccontare più spesso, questa differenza è vecchia, era già nei DS
Ci si potrebbe legittimamente chiedere come si fa a convivere, e la risposta è perché il PD è l'unico partito che ha un elettorato fedele, cioè gente che il PD lo voterà a vita qualunque cosa succeda, ed è l'unico ad averlo, non come il PDL i cui elettori a Parma hanno virato verso il M5S con lo stesso patema con cui si sceglie che paio di mutande mettersi.
Nessuno rinuncerebbe a questo capitale di elettori, nessuno se ne andrà a farsi una listarella personale.
Ogni tanto, quando in questa campagna elettorale venivano citati modelli danesi, tedeschi o inglesi, mi chiedevo se si pensa mai che questi paesi hanno partiti che non cambiano nome a ogni elezione ma sono gli stessi da decenni, se si pensa mai che i rapporti tra le loro istituzioni sono immutati da non si sa quando e che non hanno mai sentito il bisogno di leggi elettorali che millantano solidità di legislatura a coalizioni che poi durano da Natale a Santo Stefano.
Se si pensa mai che alla base della loro prosperità, presunta o meno che sia, ci sono delle regole che non vengono continuamente messe in discussione, se non proprio infrante, per le cause più disparate: l'Europa, i mercati, Moody's, la produttività, il debito pubblico, la governabilità, la legalità, gli zingari.
Se si pensa mai che noi andiamo avanti così da vent'anni, e chi ha oggi vent'anni ha visto solo questo spettacolo.
Io credo che non sia giusto.
(lo so che è il secondo post di fila che intitolo con una frase di Guzzanti, ma sono stato impegnato a cercare di dormire, con scarsa fortuna. Ho votato Bersani. Nonostante la soddisfazione continuo a credere che le primarie di coalizione con più candidati dello stesso partito siano una colossale scemenza)
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23 ottobre 2012
Allora rivolete il comunismo
Qualche giorno fa l'unico filosofo che conosco ha scritto una cosa che mi è piaciuta molto sulle regole.
Anche a me va di parlare di regole, però io faccio il militante (tra le altre cose), quindi il mio è un punto di vista, per darmi un tono, complementare.
Le primarie del centrosinistra, dette "Italia bene comune", ci accompagneranno per il prossimo mese, se siamo fortunati. Io credo che ne parleremo anche oltre.
I candidati sono quelli che conoscete tutti, ma uno dei candidati, che chiameremo Cellacchione, ha la peculiarità di avercela un po' con tutti, e di avercela con le regole che, secondo lui, lo sfavoriscono o avvantaggiano gli altri.
Cellacchione ha un sacco di gente che gli va dietro, ci mancherebbe pure dato che è candidato, e questa gente ce l'ha con le regole e un po' con tutti.
Una regola che non piace ai cellacchiotti (li chiameremo così) è quella che dice "Tale registrazione dovrà avvenire con procedure distinte dalle operazioni e dall’esercizio del voto." (la trovate qui, il primo PDF, punto 3).
Per capire cosa non va bene vediamo cosa si fa alle primarie, che poi è quello che faccio io dato che più o meno sto sempre nell'ufficio elettorale.
Il signor Votante arriva, saluta, tira fuori il documento, tira fuori la tessera elettorale, tira fuori i due euro, consegna la tessera, se tutto va bene prende la scheda, mentre nel frattempo gli scrutatori scrivono la ricevutina per i due Euro, riempiono gli spazi per le generalità, prendono la scheda votata, restituiscono tutto il ciarpame anagrafico, danno la ricevutina, il signor Votante firma e si salutano.
Pare facile? Non lo è, e servono due persone per farlo in maniera spedita.
Peraltro spesso la rogna peggiore è il resto a chi ti si presenta senza spicci, per non parlare della cassa che a una cert'ora è piuttosto gonfia e merita attenzione
Cos'ha quindi il regolamento che a Cellacchione non piace? Dice che un paio di quelle operazioni, per l'esattezza riempire le generalità e prendere i due Euro, viene fatto altrove, o per dirla meglio quel momento che era unico per tutte le precendenti primarie viene scisso.
Altrove dove? Non è importante, quel che conta è che sia un altro banchetto con altre persone.
E da quel banchetto dove ci si registra, con un tagliandino doppio (primo turno e ballottaggio), si va all'altro a votare materialmente.
La domanda che ovviamente segue è "è meglio così o no?".
Be', se dovessi ragionare in termini di sanità mentale di scrutatori e presidenti senza dubbio sì, ma non ci sono solo loro, ci sono anche i votanti.
Restando sul concreto, le primarie si svolgono praticamente sempre in strutture del PD o di enti "vicini", tipo l'ARCI, fondamentalmente perché sono gli unici ad avere ancora delle sedi, quindi è abbastanza improbabile che le strutture per la certificazione siano fisicamente diverse come sostengono i cellacchiotti: le sezioni non sono così tante, e la stragrande maggioranza dei comuni italiani ne ha una sola, in cui per giunta bisognerebbe trovare un numero non indifferente di persone disposte a farsi dodici ore in sezione, seguite da scutinio e trasporto in federazione, da aggiungere ai certificatori.
Inoltre le registrazione parte, come scritto nello stesso documento, 21 giorni prima del voto vero e proprio.
Questo in realtà permette l'esatto contrario di quello che teme Cellacchione, e cioè permette di mettersi a registrare elettori prima e in posti in cui non è stato mai possibile farlo.
Per fare un esempio con il quartiere romano di Montesacro, io posso mettere banchetti per la registrazione a piazzale Adriatico o a piazza Capri, mentre il voto avviene, come sempre, (vicino) a piazza Sempione in sezione, dove nessuno tra l'altro mi vieta di mettere un altro banchetto il giorno stesso.
Non si capisce quindi perché questa regola dovrebbe scoraggiare o peggio impedire il voto per il candidato Cellacchione, a meno di non pensare che gli altri candidati siano più avvezzi di altri a registrarsi, cosa curiosa dato che è la prima volta che si fa così.
I cellacchiotti però se la sono presa anche con un'altra regola: "Possono partecipare al voto i giovani che compiono 18 anni entro il 25 novembre 2012" (punto 3.2 del secondo PDF, al link di prima). In pratica non votano i sedicenni, come invece era avvenuto per altre primarie.
I cellacchiotti pensano che questo li danneggi, dato che i minorenni correrebbero in massa a votare Cellacchione.
Per carità, in politica è sempre così, il disinteresse è con me e l'interesse con gli altri, i giovani sono con me i vecchi con gli altri, la parte migliore della società è con me eccetera, siamo gente di mondo, non ci stupiamo.
Però dato che non esiste nulla, manco mezzo numeretto, sulla distribuzione dell'età dei votanti alle primarie, è un po' rischioso buttare lì cifre tipo "200-300 mila" o parlare di "bias generazionale" (qualunque cosa voglia dire).
In più vi posso dire, ma è solo la mia esperienza da presidente a parlare, che di sedicenni alle primarie non ne ho mai visti: zero, niente, e non vivo in un posto di ottuagenari tipo Prati o Trieste, sto nell'ultraperiferia, è pieno di ragazzini che potrebbero votare.
Se poi volessimo andare ancora più su, oltre le singole lagne, dovremmo anche guardare l'inizio del primo PDF che vi ho già citato. Nel preambolo compare la frase "previa consultazione dei rappresentanti dei candidati".
Ora io capisco, e so, che parlare di regolamenti e statuti è una rottura di palle inenenarrabile, che Luigi Berlinguer purtroppo non è Jessica Alba, e umanamente sono vicino al rappresentante di Cellacchione che durante la discussione magari si è appisolato o si è messo a giocare con lo smartphone.
Però, come si dice dalle mie parti, a chi tocca 'n se 'ngrugna, e se questo rappresentante aveva qualcosa da dire poteva dirla, in riunione o subito dopo.
È vero che l'"a mia insaputa" è sempre di gran moda qui, ma una twittata (non so chi sia il rappresentante ma Twitter ce l'ha di sicuro) poteva al limite anche farla.
Ricorrendo quindi al mio proverbiale ottimismo, qualità che mi ha permesso da romanista di sinistra di non essermi lanciato nel Tevere già molti anni fa, non crederò alla malafede di così tanti che parlano a vanvera.
Crederò a una semplice ignoranza, veniale per carità, ché non è obbligatorio saper di primarie.
Certo, ne esce fuori che tutti quelli che sono sui social network e sono sostenitori di Cellacchione sono anche tutti quelli che blaterano di cose che vistosamente non sanno, cosa statisticamente poco credibile.
Ma, come visto sopra, la statistica, senza un po' di fantasia, non piace a tutti.
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26 settembre 2012
Ma non puoi ingannare tutti quanti tutte le volte
Vent'anni fa abbiamo deciso che in Italia c'erano le regioni locomotiva e le regioni scroccone.
Le regioni locomotiva sono quelle del nord, dove nessuno riesce a stare senza lavorare e la corruzione non esiste.
Un cittadino del nord si alza la mattina e cerca subito di lavorare: ci sono cantieri che non sanno come fare, hanno il personale al completo ma c'è sempre gente che entra e cerca di prendere una pala o fare una gettata di cemento.
Tutto il contrario delle regioni scroccone, quelle del sud, dove si alzano alle dieci, dieci e mezza di mattina, prendono il caffè, leggono il giornale, chiacchierano, tanto c'è lo stato che regala loro miliardi per non fare nulla.
Allora vent'anni fa abbiamo deciso che le regioni dovevano avere più poteri.
Basta con questi soldi che non si sa dove vanno a finire, come fa un veneto a sapere cosa fanno con i suoi soldi a Roma? E se ci fanno un asilo in Molise? Orrore, padroni a casa nostra, questo non deve avvenire, i soldi devono rimanere vicino alla gente, così la gente può controllare l'operato della classe politica; se i soldi vengono spesi male vedrete come la gente manderà a casa gli amministratori incapaci o corrotti, e vedrete come questo ci farà risparmiare.
E quindi vent'anni fa abbiamo deciso che le pastoie legislative erano dannose per l'efficienza degli enti locali.
Ma si possono impiegare 550-600 giorni per scrivere una legge? Si può
stare come Obama o Hollande, senza la possibilità di fare decreti
immediatamente esecutivi? Ovviamente no, serve snellire.
A che serve il consiglio regionale o comunale? A fare discussioni inutili, quando il bene comune si sa dove sta.
L'elezione diretta del presidente della regione, anzi no, del governatore, che si sceglie i suoi collaboratori, e vigila sulla loro correttezza e onestà, questa è la soluzione.
Certo, dobbiamo ammettere che vent'anni dopo queste cose ancora non funzionano, anzi, è pure peggio di prima.
Come è possibile che queste evidenti verità siano state sconfessate?
Il problema, amici miei, è che abbiamo sottovalutato alcune caratterstitiche che sembravano secondarie.
La vicinanza e la rappresentatività delle istituzioni, la libertà di scelta degli elettori, sono elementi che sembrano innocui, e qualcuno li trova perfino positivi, ma che alla lunga possono creare danni incalcolabili.
E noi siamo contro i danni incalcolabili.
Uno stato centrale e unico a Roma, capitale da trasformare in regione, anzi, governatorato, con poteri speciali, e la fine di questa illusoria libertà di scelta, perché illudere non è bello, per questo ci battiamo.
L'Italia si crogiola da secoli e secoli nella vecchia democrazia, non ha idea di cosa siano vent'anni di leadership moderna, di quanto possano essere salutari.
Dopo vent'anni di guida dell'illuminato scelto dal popolo, senza inutili poteri messi di mezzo a disturbare, di costosa politica non ci sarà più neanche bisogno.
Io li ho visti i paesi che si sono fatti due decenni così, ed è tutto diverso: lavorano tutti, il paese è senza disuguaglianze, i cittadini salutano i loro leaders con affetto.
È tutta un'altra cosa.
Credetemi.
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31 maggio 2012
Anche perché il commissario straordinario sarebbe lui
Mi permetto di rendere importante una cosa che sembra piccola, ma in un'epoca in cui per ogni cosa sembra necessario doversi affidare al tecnico incontestabile, dopo i Bertolaso commissari straordinari di ogni fregnaccia, dopo una regione come il Lazio che per decidere dove mettere una discarica invoca il prefetto, sentire il presidente dell'Emilia Romagna dire che le amministrazioni locali funzionano benissimo e che dei dittatori di turno con l'imperio non c'è alcun bisogno, in una situazione come quella che sta vivendo la sua regione, a me mette un po' di speranza.
Anche perché è del mio partito, e perché si vede che in certe regioni le cose vanno in modo diverso che in altre.
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05 aprile 2012
Purtroppo per voi
(Considerazioni sparse su legge elettorale e altre cose connesse che vorrei venissero smentite dai vari esperti che si leggono qua e là per blog. In alternativa possono spiegarmi perché l'Italia dovrebbe essere un caso particolare)
In Italia il territorio più piccolo che ha diritto di rappresentanza è la Val d'Aosta, la quale ha circa 1/480 della popolazione italiana. Se rappresentatività significa qualcosa il numero dei deputati dovrebbe stare quindi tra 450 e 500.
Diverso è il discorso del Senato dove i territori piccoli dovrebbero essere sovrarappresentati, come lo sono in tutti i paesi regionalisti o federalisti. E l'Italia, Costituzione in mano, è un paese regionalista.
Il premio di maggioranza non esiste in nessun paese del mondo.
L'indicazione della coalizione non esiste in nessun paese del mondo.
La soglia di sbarramento, per i sistemi proporzionali, c'è quasi sempre. Per esempio la Turchia ce l'ha al 10% (troppo).
Il primo ministro (o sinonimi) è praticamente sempre il segretario del partito più grande della coalizione vincente. Va detto che la DC, primo partito in Italia finché è esistita, non amava questa sovrapposizione.
Il primo ministro non è inamovibile, neanche nei sistemi più maggioritari. Margaret Thatcher e Tony Blair sono stati sostituiti dai loro partiti, non dagli elettori. Helmut Schmidt è stato sostituito dal parlamento, o meglio da un partito alleato che è passato dall'altra parte. È però vero, per prassi e non per regola, che quando il governo cade in genere si vota.
Le garanzie per la presenza di donne (dette "quote rosa") le hanno in molti, pur essendoci notevoli assenze.
Il finanziamento pubblico ai partiti lo hanno praticamente tutti, tranne quelli che trovate qui.
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24 marzo 2012
Una cosetta
Quando la ministra Fornero dice sorridendo che la modifica dell'articolo 18 è solo un paragrafo di una riforma molto più ampia non sta minimizzando, ma sta dicendo un'ovvietà.
L'articolo 18 non sta lì per dire cosa fanno un imprenditore e un lavoratore nella quotidianità dei loro rapporti, sta lì per mettere un limite alla libertà dell'imprenditore, per dire che quel comportamento, il licenziamento individuale ingiustificato, non è ammesso in nessun caso.
Allo stesso modo, dire a scopo di sostegno alla sua modifica che in fin dei conti riguarda solo una minima percentuale delle cause di lavoro, dovrebbe far ribattere che ci mancherebbe pure che le cause di lavoro fossero tutte o quasi dei licenziamenti ingiustificati*.
Ci sono leggi, ce ne sono tantissime, che trovano applicazione solo in rarissimi casi.
Questo non le rende meno valide o, peggio, inutili, ma le rende proprio quello per cui sono state messe lì, barriere al di là della quale c'è quello che non vogliamo.
Per tutti i rapporti di forza disuguale, come genitore figlio o medico paziente, ci sono leggi così, e tutti vogliamo, anche attraverso altre norme a supporto, che non siano mai applicate.
Ciò non toglie che ci devono stare, banalmente perché in uno stato di diritto quello che non è vietato sostanzialmente è permesso.
Restando sul tema, durante il suo intervento immediatamente successivo alla chiusura delle trattative da parte del Governo, la segretaria Camusso ha detto una cosa passata un po' inosservata, cioè che in Italia non è mai esistita una causa per licenziamento discriminatorio.
Proprio così, nessuno è mai finito davanti a un giudice perché il suo licenziamento dipendeva dall'essere frocio, negro, ebreo o fan dei Negramaro.
C'è qualcuno che si sognerebbe di dire che causa inutilizzo una norma a difesa del lavoratore non dovrebbe starci?
In conclusione, quando De Bortoli scrive "Davvero è questo il clima che si respira nelle fabbriche, al di là di qualche isolato episodio?" dovrebbe ricordare che l'articolo 18 serve per l'isolato episodio, non per il clima, e che i licenziamenti collettivi o i prepensionamenti non c'entrano niente con l'articolo 18, sono altre situazioni, hanno altre leggi e non per caso, ma perché sono cose diverse.
E se possibile ci risparmi questa lagna della modernità. Dica che la sua è una posizione liberale, conservatrice, usi l'aggettivo che vuole.
Di diritti che vogliamo non far invecchiare ce ne sono a centinaia, di alcuni abbiamo stabilito la necessità da secoli, e io credo che il diritto del lavoratore a non essere licenziato ingiustificatamente debba restare.
E credo anche che le posizioni come quella di De Bortoli siano rispettabili, talmente tanto che non vedo l'ora di discuterne nel 2013, con un'urna elettorale davanti.
* avevo scritto illegittimi, che effettivamente causava una buffa tautologia.
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16 settembre 2011
L'indice
Mettiamo una sera a casa di amici, mettiamo che si conoscano tutti bene, mettiamo che si parli pure di cose un po' osé, ché tanto siamo tra vecchie conoscenze.
A un certo punto Terenzio, mentre si commenta l'attualità, se ne esce con "ma figurati, pure a Teobalda piace prendere le melanzane nel culo".
Teobalda, se dovessi regolarmi sulla mia piccola esperienza in fatto di donne, probabilmente si metterebbe a piangere dalla vergogna, o si girerebbe come una pantera verso Terenzio dicendogli che certe cose forse le fa sua sorella, o sua madre.
Io, cercando di continuare a mangiare nascondendo l'imbarazzo, o meglio il ribrezzo, troverei che Terenzio è un tizio da non vedere mai più.
Ci sono mille ragioni per cui parlare di quello che succede nella zona in mezzo alle gambe è considerato, almeno, da maleducati, e fanno parte di quella cosa che si chiama cultura, quella che studiano gli antropologi.
Io non sono antropologo, e semplicemente mi adeguo; non do informazioni sulla vita sessuale di chi mi circonda in mezzo alla strada, e considero chi lo fa un individuo spregevole.
È giusto? Non mi interessa, come non mi interessa la ragione per cui non ci spremiamo i brufoli al ristorante.
So che è così che mi hanno insegnato, e so che qualunque cosa di cui desideriamo la massima disponibilità, come le idee religiose o politiche, deve essere accompagnata da un po' di segretezza, e non credo che sia necessario spiegare il perché.
Eppure, in questo momento, su tutti i quotidiani e i social network della nazione sta succedendo proprio questo: la vita sessuale di un bel po' di gente, compresa di stramberie, viene resa del tutto pubblica.
Bacheche di Facebook, pagine di Friendfeed, blog o altro sono ben pieni di link a fonti sì variegate, ma tutte classificabili tra le fogne dell'informazione.
Si obietterà che si tratta di Berlusconi, che come noto è brutto, cattivo, non ha diritto alla riservatezza come tutti gli altri eccetera, eccetera, certamente, e il problema infatti sono proprio gli altri.
Non è strano che quei mezzi che parlano di rappresentazione deviata della femminilità siano gli stessi che oggi trovano giusto fare elenchi di ragazzacce debosciate le quali non solo non sono accusate di nulla, e già farebbe schifo così, ma vengono tirate dentro sulla base di indiscrezioni sulle intercettazioni?
Non pensate che se questo trattamento viene riservato a quello che è l'uomo più potente d'Italia, e quindi in grado di difendersi come nessun altro, voi che siete, come me, degli illustri signori nessuno nella stessa situazione vi trovereste ad affrontare un uragano con un filo d'erba?
Non pensate che, nel momento in cui l'onorevole Elzeviro Pippacci venisse arrestato per tangenti, voi che ci siete uscite per un po' dieci anni fa quando era assessore di Rocca Cannuccia vi potreste trovare a dover spiegare agli amici perché vi piaceva essere presa a frustate sulle chiappe?
Questo non è avanzare verso una società migliore o più giusta, ma il suo contrario, precipitare verso le torce e i forconi.
Non potete essere sicuri di non essere la prossima Teobalda.
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27 giugno 2011
Io confesso
Stavo pensando, il perché ve lo spiego dopo, che non posso scagliare la prima pietra.
Ho creduto finora che Berlusconi fosse un avversario politico ma mi sbagliavo: è un dittatore, e quindi contro di lui vale tutto.
Qualche vecchio scemo potrebbe obiettare che i dittatori non perdono le elezioni e i referendum, ma è una sciocchezza: Pinochet aveva perso un referendum, Milošević aveva perso le amministrative, quindi Berlusconi, per ineffabile logica, è un dittatore.
È altresì evidente che, essendo Berlusconi il male e di destra, chi sta con il bene e a sinistra deve essere contrario a qualunque cosa dica, e quindi questa riservatezza delle comunicazioni, che qualche poveraccio a corto di logica aveva perfino messo nella costituzione, sia un vecchio arnese che andrebbe pensionato.
Quindi, tornando all'inizio, devo dire che una volta ho falsato il regolare percorso verso il successo dei probi e degli onesti, una mia irresponsabile azione ha cambiato per sempre la storia di questo paese, ed è giusto che tutti sappiano.
In un momento verso la fine degli anni '80, che non ricordo esattamente ma che gli inquirenti sapranno trovare senza problemi, al telefono con un mio compagno di scuola ho pronunciato la seguente frase:
"Me sa che domani faccio sega, nun so un cazzo".
Dato che ultimamente va di moda sottotitolare anche il dialetto romano, preciso che la frase sopra può essere resa con "sono intenzionato a essere assente domani, dato che non ho studiato e non vorrei prendermi un'insufficienza".
Quello con cui parlavo, pur sapendo della mia intenzione non penalmente rilevante, non ha fatto una pubblica delazione come avrebbe dovuto, e sono pronto anche in questo caso a farne il nome, appena me lo ricordo.
Qualcuno sarà stato sicuramente interrogato al posto mio, avrà preso un votaccio, sarà diventato un precario e non può comprarsi l'iPad, e tutto per colpa mia.
Sono pronto a dimettermi, però ho appena notato che non sono membro praticamente di niente e quindi, dopo una penosa autocritica, ho deciso di restituire la tessera Mediaworld, in fin dei conti il televisore in offerta l'ho già preso.
(Per i meno attenti: questo è un articolo di dileggio verso una cosa che ha a che fare con il disgusto e con la riscossa morale, scritta su una fogna di giornale che non metto, guglatelo da voi, perché finché si scherza si scherza ma a certi livelli non pensavo ci si potesse arrivare. Meglio invece leggere questo.)
(Mi è anche venuto in mente ora che qualcuno potrebbe arrivare qui cercando la canzone di Piero Ciampi. Siccome ne avrebbe ragione e mi dispiacerebbe deluderlo, la metto)
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28 aprile 2011
Āl ǧabr
Qualche giorno fa il sottosegretario Carlo Giovanardi, in un programma televisivo di un tizio con un nome buffo, ha avuto da ridire su una campagna pubblicitaria di un noto mobilificio svedese.
Riporto da ANSA:
"Contrasta a gamba tesa contro la nostra Costituzione, offensivo, di cattivo gusto. L'Ikea è libera di rivolgersi a chi vuole e di rivolgere i propri messaggi a chi ritiene opportuno. Ma quel termine 'famiglie' è in aperto contrasto con la nostra legge fondamentale che dice che la famiglia è una società naturale fondata sul matrimonio, in polemica contro la famiglia tradizionale, datata e retrograda"
Per capire la dichiarazione studiamo un po' chi è Giovanardi.
Il senatore Giovanardi ha svolto quasi tutta la sua carriera politica nella DC e poi nell'UDC, ma alla vigilia delle elezioni del 2008 decide di passare da Berlusconi il quale, notoriamente generoso, gli regala il posto da sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega a famiglia, droga e servizio civile.
Fatto sta che il mese scorso Tremonti ha tagliato i viveri, il Fondo per la famiglia, circa del 90%, rendendo la delega praticamente inutile.
A questo punto il nostro si è trovato improvvisamente con un sacco di tempo libero, che ha deciso di impiegare occupandosi di pubblicità.
Per quanto mi riguarda Giovanardi è liberissimo di trovare di cattivo gusto due uomini che si tengono per mano.
Anche a me non piacciono quelli che si slinguazzano per strada, o quelli che ci rendono edotti della marca delle loro mutande, ma io non sono sottosegretario e non me la prendo con famosi mobilifici, ed è per questo che finora non lo sapevate.
Fino a qui avremmo potuto liquidare la faccenda tra le lamentele di un vecchietto bacchettone, ma il senatore, sicuramente perché ha tempo di elaborare, parte per la tangente e teorizza il concetto di pubblicità anticostituzionale.
Concetto interessante, infatti ci sono stato a pensare un bel po', e alla fine ho deciso che potrebbe stare bene insieme ad altri simili come fuorigioco di Van der Waals e quadratura del Burkina Faso, e cioè tra le cose senza senso.
Sarebbe stato bello finire in gloria, ma non ci si è riusciti perché un deputato del PD, Giorgio Merlo, decide che non può non aver nulla da dire, e poi il mobilificio è veramente famosissimo, e quindi sul suo blog scrive questo:
“Un conto è denunciare il fallimento del Governo sulle politiche per la famiglia e per l’infanzia. È appena sufficiente ricordare il pesante taglio deciso dal Governo Berlusconi a favore delle famiglie italiane. Altra cosa, invece, è ricordare e custodire il valore costituzionale della famiglia. Su questo terreno il sottosegretario Giovanardi ha ragione. Senza se e senza ma. E il messaggio pubblicitario dell’Ikea va denunciato. Almeno per chi crede nel valore costituzionale della famiglia”.
Presentiamo anche l'onorevole Merlo, deputato eletto nella circoscrizione Torino, di lunga esperienza, membro della Commissione parlamentare per l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi, detta tra gli amici Vigilanza RAI.
Che fa la Vigilanza RAI? È una commissione di quaranta parlamentari, presieduta per cortesia istituzionale da un membro dell'opposizione, che si riunisce quando succedono casini nelle trasmissioni di Santoro.
Non che il nostro Michelone nazionale non ci provi spesso a far casino, ma non ci riesce sempre, quindi l'onorevole Merlo, come il collega Giovanardi, ha un sacco di tempo da perdere, che ha deciso di impiegare occupandosi di pubblicità.
La sua dichiarazione ha tutta l'aria di una preterizione, e parte anche bene, subito un'accusa ai tagli di Tremonti alle politiche per la Famiglia, e quasi ti viene da dire "vai Giorgio, vai!".
Poi però anche lui espone una sua teoria, elaborata probabilmente nelle lunghe passeggiate al Caffé Sant'Eustachio, che guardacaso coincide con quella di Giovanardi, e per la quale valgono le considerazioni fatte sopra.
L'obiezione più scontata sarebbe "oh mio dio abbiamo nel partito uno che dice le stesse cose di uno dell'altro partito", ma è sbagliata.
È sbagliata perché il PD è, o aspira a essere, un partito di massa, e partito di massa significa che si prende un modello economico e sociale che comporta una redistribuzione della ricchezza (in un verso o nell'altro), si ha una struttura territoriale, uno stato maggiore (segreteria), un metodo di selezione dei dirigenti, e soprattutto che si cerca di prendere un bel po' di voti, diciamo un 30% (magari).
Da qui è evidente che questo tipo di partito deve abbassare alcune soglie di accettabilità, e nella maggior parte dei casi queste soglie sono proprio i diritti civili, intesi come quelli che non sono già nella Costituzione.
Questo non perché, ci fosse bisogno di dirlo, abbiano minore importanza, ma per la ragione storica per cui un'aggregazione politica grande non si è mai realizzata su temi del genere, neanche quando, come per esempio nel caso della legge 194, questi erano largamente maggioritari tra gli elettori.
Il problema è che l'idea di partito di massa confligge malamente con l'idealismo, il che è causa di innumerevoli discussioni che non hanno nessuna speranza di trovare una sintesi.
Se siete degli idealisti guardate altrove, non fatevi salire la pressione perché si fanno (aaaargh) compromessi, e soprattutto non fate salire la pressione a me cercando di farmi cambiare idea.
Con questo però non voglio dire che l'onorevole Merlo sia esente da critiche.
Per quanto il suo commento sia personale, dato che non ha incarichi di segreteria, quello che dice non va bene, e non per le sue personali convinzioni in materia di uomini mano nella mano, ma perché mette nella sua equazione due termini che non sono in nessun modo confrontabili.
È doveroso, per un membro dell'opposizione, mettere all'indice i tagli del governo, ma non bilanciarli dialetticamente con la critica a una reclame che onestamente è soltanto paracula, e quindi per definizione azzeccata.
Bisogna far capire agli elettori dove si sta politicamente, senza "ma anche".
Nel caso ciò sia impossibile, almeno sedere in commissione Affari Costituzionali, dove di tempi morti ce ne sono assai di meno.
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26 gennaio 2011
C'era un cinese in fila
Chi segue da tempo questo blog sa che uno dei miei passatempi preferiti è quello di far parte dell'ufficio elettorale di sezione, un bel termine burocratico per dire che faccio lo scrutatore o il presidente o perfino il rappresentante, e per non farmi mancare nulla ho fatto le stesse cose anche alle primarie del PD.
Non ricordo se ho già avuto modo di scriverlo, ma io non sono un amante delle primarie, e per una lunga serie di ragioni.
Le considerazioni che farò sulle primarie in questo caso però non sono politiche, ma puramente tecniche.
Le primarie non sono ovviamente elezioni poltiche e nemmeno amministrative; sono però, per definizione, elezioni aperte alla più alta partecipazione possibile.
In teoria l'insieme dei votanti dovrebbe avere la stessa cardinalità degli elettori del PD, ma è un valore che non viene mai raggiunto.
È però vero che i numeri registrati finora, per esempio nel caso nazionale, sono paragonabili a quelli delle politiche di un piccolo paese Europeo, come Danimarca o Finlandia.
Le elezioni classiche però non sono soltanto l'infilare una scheda piegata in un'urna di cartone, anzi quel gesto è solo una parte di un processo lunghissimo che coinvolge molte persone.
Le liste elettorali sono continuamente revisionate dai comuni, il giorno prima delle elezioni tutto il materiale necessario è contemporanemente presente nelle migliaia di sezioni sparse in tutta la penisola, gli uffici elettorali dei comuni, le prefetture e il Ministero dell'Interno restano aperti per due giorni consecutivi notte inclusa.
Le operazioni di voto sono condotte seguendo una serie di controlli piuttosto scrupolosi, sotto gli occhi di impiegati comunali, rappresentanti di lista e forze dell'ordine.
Il numero di votanti viene controllato, oltre che dal Ministero attraverso gli impiegati, anche dai Carabinieri, a orari diversi rispetto a quelli delle comunicazioni ufficiali.
Alla fine tutto il pacchetto di schede e i verbali, in doppia copia, vanno a finire alla cancelleria del Tribunale mentre il Governo, che attraverso il Ministero ha il compito di organizzare tutto, cautelativamente non ci mette mano.
Con tutta la buona volontà, dato che i militanti hanno solo quella e non uno stipendio, come può un partito seppure ben organizzato pretendere di evitare intoppi o contestazioni?
La falla delle primarie è non solo questa, e sarebbe già grave, cioè non conoscere alla fonte il corpo elettorale, ma anche aggiungere il voto dei sedicenni e degli stranieri, di cui è possibile controllare sì e no la tessera dell'ATAC.
I comitati di garanzia sono composti da un pugno di iscritti; le verifiche necessarie, quelle per cui lo Stato impiega e paga migliaia di persone, sono del tutto al di fuori delle loro possibilità.
E anche se queste possibilità le avessero, cosa dovrebbero fare? Non ci sono appigli nello Statuto e nel Codice Etico del PD contro il voto degli immigrati pagati, a meno di non beccare in flagrante il candidato che gli dà i soldi, che è come trovare un assegno per Ruby R. pagato da Silvio B.
Potete magna' tranquilli, come dicono dalle mie parti.
È chiaro che se quello che vince prende l'ottanta percento c'è poco da discutere, siamo tutti compagni che bello che bello, ma se le cose vanno come a Napoli chi perde comincia ad attaccarsi a tutto, agli stranieri, ai camorristi, ai bassoliniani e a quelli del PDL che passavano di lì per caso.
Nessuno discute i quattro a zero, mentre tutti protestano per l'uno a zero con rigore al novantesimo, anche se il rigore è grosso come una casa; è umano, e quindi anche democratico.
Le primarie però non sono solo un disastro organizzativo
Un merito di cui si parla poco lo hanno: sono una fonte cospicua di finanziamento del Partito.
Il problema dei soldi per un partito come il mio è praticamente Il Problema, specialmente quando quello avversario i soldi li ha per sé stesso e altri sei o sette.
Il costo della politica, in termini di manifesti e volantini, è piuttosto contenuto, con un po' di sacrifici ci si riesce, e qualche sponsor per le feste dell'Unità si rimedia sempre.
Il vero dramma è l'affitto delle sezioni, e non stranamente molte di esse, anche storiche, hanno dovuto chiudere o fondersi, in particolare nelle grandi città dove anche un sottoscala con topi viaggia sui mille Euro al mese.
La soluzione che preferisco è una di quelle cose che con gli anni è diventata sinonimo del Male: il finanziamento pubblico.
Immagino attacchi di orticaria e rinite in qualche lettore, ma il principio alla base del finanziamento pubblico è chiaro come il sole: se la politica non è un mestiere la può fare solo chi ha già un altro mestiere che gli rende abbastanza.
Ci era arrivato perfino Pericle quei venticinque secoli fa, malgrado molti siano convinti che sia stato inventato da Craxi (me l'ha detto come al solito lui, Atene nel V secolo non è il mio terreno).
Senza finanziamento possono resistere due tipi di partiti: quelli che hanno un Paperone alle spalle, e già ne abbiamo uno, e quelli fatti con i "Mi piace" su Facebook.
Che a me non piacciono per niente.
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01 ottobre 2010
L'ingegnere
(Premessa d'obbligo, questo è un post lungo, con noiosi riferimenti legislativi, poco interessante per chi non vive a Roma. Si parla del mitico Grande Raccordo Anulare, che i romani chiamano più brevemente e' Raccordo, e così lo chiamerò anche io)
In Italia, ma in realtà in tutto il mondo, le strade sono classificate.
Le strade comunali sono quelle dove tutti noi abbiamo casa, e se ne occupa il comune, le strade provinciali (SP) sono quelle che vanno da un comune all'altro, e se ne occupa la provincia, le strade regionali (SR) sono quasi tutte ex statali che con il trasferimento delle competenze sono passate in gestione alle singole regioni, le statali (SS), che una volta erano moltissime, sono gestite dallo stato attraverso l'ANAS, azienda che è un pezzo del fu Ministero dei Lavori Pubblici, oggi Ministero delle Infrastrutture e Trasporti.
Al vertice della classifica ci sono le autostrade, che hanno una A davanti, e che hanno diversi gestori; la stragrande maggioranza è in mano ad Autostrade per l'Italia, già Società Autostrade, privatizzata anni fa in modo non esente da qualche critica.
Poi ci sono un pugno di piccoli gestori, come nel caso della Torino Trieste (A4) che ne ha ben cinque, e poi anche qui c'è l'ANAS.
È facile capire quali autostrade sono in gestione ANAS: sono quelle che non si pagano, e per la precisione il Grande Raccordo Anulare (A90), la Roma Aeroporto di Fiumicino (A91) e la famigerata Salerno Reggio Calabria (A3), più un po' di autostrade siciliane.
Sul Raccordo spendo qualche parola.
Immagino che tutti saprete cos'è, e cioè una strada circolare che gira tutt'intorno a Roma.
Concepita dall'ANAS subito dopo la guerra, all'inizio era una C rovesciata, e non comprendeva la parte ovest, all'epoca quasi del tutto campagna.
Per molti anni il raccordo è stato una statale, di nome SS GRA, poi elevato al rango di autostrada negli anni '90.
Il cerchio venne chiuso negli anni '70, e non è mai stato amato dagli urbanisti, che vedevano in una simile forma una specie di confine della città.
Il Raccordo non è più un confine in realtà da decenni, tranne che per quelli che pensano che Centocelle sia periferia, ma è gente di cui non mi occupo.
Era necessario il Raccordo? Sono tentato di rispondere di sì.
Tra gli infiniti problemi di Roma c'è il suo enorme e angusto centro, difficile da attraversare in auto e del tutto intoccabile dal punto di vista strutturale, essendo bene culturale anche l'ultimo dei mattoni.
Lo so che per chi non vive qua il mio può sembrare un atteggiamento curioso, ma per la banale vita quotidiana, andare a lavorare, fare la spesa, il centro è una palude da attraversare in tacco 12.
Siccome lo sappiamo abbiamo fatto una serie di tentativi: la Togliatti, la tangenziale, l'Olimpica, e ovviamente il Raccordo. Tutta la storia urbanistica di Roma nel dopoguerra non è nient'altro che un lunghissimo tentativo di aggirare il centro, con l'aggiunta di un paio di linee di metro.
Lasciando da parte la storia, il punto è che oggi il Raccordo è imprescindibile per qualunque movimento dentro la città.
Frasi come "co' Raccordo fai prima" o "me tocca fa e' Raccordo" vengono pronunciate dai romani almeno un paio di volte al giorno.
Molti, forse la maggior parte di chi vive in questa città, non avrebbero idea di come andare dalla Casilina all'Ostiense passando per il centro, mentre sa farlo con il Raccordo.
Conoscerlo, per tutti noi romani, è come imparare le tabelline alle elementari: se non le sai rimani impedito per tutta la vita.
E allora, questa A90 si dovrà pagare o no?
Qui devo rimandarvi al decreto legge 31 del 31 maggio di quest'anno, che poi altro non è che la finanziaria.
Ne riporterò qualche brano, quelli che contano.
"1. Entro quarantacinque giorni dall'entrata in vigore del presente decreto-legge, (...), sono stabiliti criteri e modalità per l'applicazione entro il 30 aprile 2011 del pedaggio sulle autostrade e sui raccordi autostradali in gestione diretta di ANAS SpA, in relazione ai costi di investimento e di manutenzione straordinaria oltre che quelli relativi alla gestione, nonché l'elenco delle tratte da sottoporre a pedaggio
2. In fase transitoria, a decorrere dal primo giorno del secondo mese successivo a quello di entrata in vigore del presente decreto e fino alla data di applicazione dei pedaggi di cui al comma 1, comunque non oltre il 31 dicembre 2011, ANAS S.p.A. è autorizzata ad applicare una maggiorazione tariffaria forfettaria di un euro per le classi di pedaggio A e B e di due euro per le classi di pedaggio 3, 4 e 5, presso le stazioni di esazione delle autostrade a pedaggio assentite in concessione che si interconnettono con le autostrade e i raccordi autostradali in gestione diretta ANAS (...). Le maggiorazioni tariffarie di cui al presente comma non potranno comunque comportare un incremento superiore al 25% del pedaggio altrimenti dovuto
3. Le entrate derivanti dall'attuazione dei commi 1 e 2 vanno a riduzione dei contributi annui dovuti dallo Stato per investimenti relativi a opere e interventi di manutenzione straordinaria anche in corso di esecuzione."
La parte in grassetto l'ho messa io, perché quella data è stata aggiunta con il Decreto Legge 125, detto "Decreto Tirrenia". A significa moto, B macchine, gli altri sono camion.
Cosa vuol dire questa roba? Vuol dire che i tratti autostradali dell'ANAS devono diventare a pagamento, e anche con una certa fretta.
Nel frattempo, dato che per realizzare i nuovi caselli potrebbe volerci un bel po', l'ANAS può prendersi un aumento proprio su quei caselli che vanno verso il Raccordo, che sarebbero Fiano e Monte Porzio, cosa che ha prontamente fatto.
La barzelletta sul completamento della Salerno Reggio, 450 chilometri con vari tratti di montagna da fare in tre anni, alla luce di questo decreto diventa quasi una presa in giro.
È giusto pagare il Raccordo? Come potete vedere la questione non sta lì, ma nel compensare i soldi che lo Stato non darà più all'ANAS, cosa che equivale pagare una tassa, come ormai anche i più fessi dovrebbero aver capito.
Questo ai romani non piace, per la banale ragione che a nessuno va di pagare una cosa che prima non pagava.
Portare l'obiezione che la tangenziale cittadina, definita in qualunque modo si voglia, in altre città si paga è del tutto irrilevante.
Ci sono città pure città dove si paga l'Ecopass. Dovremmo per questo mettere l'Ecopass a Bari o a Cagliari? Non pagare i parcheggi perché non si pagano a Latina?
Permettetemi di introdurre un parallelo.
La Congestion Charge, la tassa che deve pagare chiunque entri nel centro di Londra, e che costa la cifra non trascurabile di 8 sterline al giorno, viene scontata del 90% ai residenti di Kensington e Chelsea, che non è propriamente un quartiere operaio.
Questo avviene perché gli elettori del borough, che è come un municipio romano ma con più poteri, chiedono ai loro rappresentanti di fargli pagare meno tasse, come piace a tutti, e i rappresentanti rispondono agli elettori, non a un'ipotetica giustizia sociale delle tangenziali.
I politici romani, dal Campidoglio a Montecitorio, cercano, o dovrebbero cercare, di fare questo, gli interessi di chi li elegge, in particolar modo quando l'alternativa è mettere una toppa a dei tagli che per me sarebbero sbagliati anche senza contropartita.
È altresì divertente che il partito di maggior successo elettorale del nord, che ha costruito buona parte delle sue fortune urlando contro i soldi che vanno a Roma, trovi da ridire quando la stessa cosa viene fatta più a sud.
Il sindaco sa bene che l'eventuale pedaggio sul Raccordo manderebbe a zero le sue possibilità di rielezione, perché un romano può infischiarsene della metro, del tunnel di Monte Mario, della stazione Tiburtina, ma del Raccordo no.
Più su non ho scritto "dovrebbero" a caso, perché al contrario dei miei ragionamenti il sindaco Alemanno ha invece deciso di non fare proprio niente, come racconta il presidente dell'ANAS.
L'unico che ha tentato di fare qualcosa è stato il presidente della provincia, Zingaretti, che con un ricorso al TAR, poi confermato dal Consiglio di Stato, è riuscito ad annullare gli effetti del secondo comma; non potrà però più fare nulla contro il primo, dopo la sua approvazione alla camera.
A questo punto, mentre l'ANAS prepara il suo modernissimo sistema senza quelle barriere che sarebbero insostenibili per costi e traffico, io posso iniziare a immaginarmi il romano medio che si imbottiglia a via di Tor Tre Teste per non pagare i 50 centesimi del tratto Prenestina Tuscolana.
Ascoltando qualche radio che gli dice che "so' tutti uguali".
Buona fila.
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08 settembre 2010
Banana split
Cari amici (amici...) viola, vi scrivo perché il vostro movimento è stato fatto oggetto di insulti da parte di importanti dirigenti del mio partito.
Siete stati definiti squadristi, un termine effettivamente offensivo, ma che aveva una sua ragione di essere usato, ragione umana, si intende, non certo politica.
Essendo un vecchio comunis democratico posso spiegare brevemente perché ci si sia lasciati andare così.
Perché, per cominciare, il presidente Schifani non è indagato. Lo è stato in passato ma le accuse contro di lui sono cadute, quindi considerarlo tale è come considerare indagato me perché una volante mi ferma sulla Togliatti. È semplicemente sbagliato.
Perché insultare il Capo dello Stato quando esercita le sue funzioni correttamente è altrettanto sbagliato, e dai fan del giustizialismo mi aspetterei maggiore conoscenza di certe faccende.
Perché l'idea in sé di permettere la candidatura a persone che siano "pulite", e le virgolette vanno intese nel senso peggiore, oltre a essere inconstituzionale è orribile. Può sembrare eccessivo, me ne rendo conto, ma non trovo altre parole per descrivere quella che per me è una semplice riduzione della sovranità popolare.
Ho il diritto di votare indagati, ho il diritto di votare anche dei condannati, come ho il diritto di ritenerlo o meno un fatto dirimente nella mia scelta.
Perché, citando Robert Heinlein, uno che oggi sarebbe probabilmente iscritto a un Tea Party, lo stato di diritto ha come scopo ultimo quello di non far condannare gli innocenti, e non quello di condannare i colpevoli. Detto in altre parole un colpevole a spasso è accettabile, un innocente dentro no. Lo so che è dura da mandare giù ma è così, e un qualunque libercolo di filosofia del diritto ve lo può spiegare meglio di me.
Perché il concetto di purezza, o di specchiatà moralita come si diceva una volta, mi è, più che indifferente, odioso. Il prevalere di una sola morale, qualunque essa sia, è dittatura. Il prevalere della morale come criterio di valutazione, il pensare che le persone perbene agiscano meglio in quanto tali, è reazionario.
Perché questo sistema politico, quello di oggi 6 settembre 2010, è figlio di Tangentopoli, e cioè del più colossale repulisti in nome dei vostri principi che sia mai avvenuto. È sotto i vostri occhi, ditemi voi.
Perché quelli che c'erano prima di Tangentopoli, che erano innegabilmente pieni di corrotti e mafiosi, a uno come Marchionne avrebbero detto "tu ora stai zitto e apri una fabbrica a Pomigliano d'Arco, poi discutiamo", mentre quelli di adesso non sono in grado di fare altro che balbettare che il mondo è cambiato e dirigenti e operai dovrebbero marciare insieme verso il sol dell'avvenire.
Perché la festa dell'Unità la organizziamo noi ed è nostra.
Se non vi fanno entrare in un locale non potete andare dal giudice a denunciare l'insopportabile sopruso, e se permettete alla nostra festa non vogliamo rompiscatole. Però vogliamo Schifani. Se la cosa disturba c'è il cinema all'Isola Tiberina.
Perché lì non c'era neanche mezzo elettore di Schifani, e quindi manifestare contro di lui non ha convinto nessuno a cambiare idea. Al contrario, essendo noi gli ospiti, ci abbiamo fatto una figura da peracottari. Ne facciamo già tante, lo so da solo, e preferiremmo non aggiungerne, anche perché si perdono voti.
Perché le elezioni le vorremmo vincere, e un paio di volte ci siamo già riusciti, addirittura senza che quello lì finisse in galera. Lo scontro tra giustizialisti e non va avanti da quasi vent'anni, e chi ci ha guadagnato alla fine è sempre stato Berlusconi.
Nella vita succede a tutti di essere convinti della propria strategia e dare la colpa alle circostanze quando va male. Una volta, due, forse tre. Ma dopo vent'anni sarebbe ora di capire, anche per tanti di noi, che così si perde.
Quindi cercate di capire, ci sono tante ragioni, e Fassino era alterato.
È come dare della puttana a una donna, non ci preoccupiamo che faccia un uso pacchiano della sua sessualità o grossi affari sulla Salaria, ci interessa che sia un termine insultante, anche se non si è fermata a uno stop.
Siamo di sinistra, e dare del fascista a qualcuno ci sembra un insulto grave, spesso il primo che ci viene in mente, e sentirci dare del berlusconiano ogni volta che cerchiamo di far capire che sul desiderio di vedere ammanettato Berlusconi non si costruisce niente ci irrita.
Ma è sbagliato, non era quello il termine da usare, e non so neanche quale sarebbe il termine giusto.
Da piccolo militante chiedo scusa per lo "squadrista".
Ora andate a rompere le palle da un'altra parte.
Grazie.
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03 maggio 2010
Don Abbondio
Non se ne potrebbe più di discutere del 25 aprile, della Resistenza, della Liberazione, dell'antifascismo, di farsi domande, di darsi risposte.
E invece no.
Innanzi tutto, perché il 25 aprile?
Il 25 aprile è il giorno della liberazione di Milano, che era la sede del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, la parte del Comitato di Liberazione Nazionale che agiva nel territorio italiano ancora in mano nazifascista.
Il dettaglio importante è che Milano venne liberata dai partigiani, pochi giorni prima dell'arrivo degli Alleati.
Il 25 aprile non è la fine della guerra, che formalmente in Italia termina il 3 maggio.
Quindi CLN uguale Resistenza?
In buona parte, ma non del tutto.
Il CLN era formato dai partiti banditi dal fascismo che dopo l'8 settembre si erano riformati; tutti questi partiti avevano le loro milizie partigiane, ma c'erano anche altre formazioni che non facevano parte del CLN, e che comunque combattevano gli occupanti.
Il loro ruolo era importante dal punto di vista militare, ma non politico, dato che era il CLN ad avere i contatti con il governo di Roma e soprattutto con gli Alleati.
Da dove veniva la il diritto del CLN a rappresentare gli italiani?
Dallo stesso posto da cui venivano i diritti di Michael Collins o di Gandhi o di George Washington: supporto popolare e credibilità di fronte all'eventuale alleato.
Ma i partigiani erano di meno dei militari della Repubblica Sociale?
E ci mancherebbe pure. La Repubblica Sociale aveva la coscrizione obbligatoria, e paragonarne il numero di soldati con quello di formazioni clandestine è quantomeno una paraculata.
La clandestinità dei partigiani per giunta non permette di misurare azioni come quelle di tanti cittadini che magari diedero solo qualcosa da mangiare o per dormire una notte.
Gesti piccoli nell'economia della Resistenza, ma che se scoperti avrebbero portato alla fucilazione certa.
E i partigiani potevano sconfiggere da soli l'esercito nazista?
No. Per sconfiggere la Germania nazista servì l'impegno di quello che all'epoca era l'impero più grande del mondo, il Regno Unito, dello stato già militarmente ed economicamente più forte, gli USA, e di uno che per vincere dovette cambiare addirittura la propria geografia, l'Unione Sovietica.
In più i movimenti di resistenza di altri paesi, in particolare nell'est Europa, non avevano creato problemi seri a Wermacht e SS.
È difficile credere che i soli partigiani potessero realmente sconfiggere i nazisti, ma tutta la storia della Resistenza si svolge mentre la Germania sta già perdendo su due fronti, uno dei quali è quello italiano, e le due forze in campo, quella partigiana e quella alleata, sono a conoscenza l'una dell'altra e collaborano.
È però giusto aggiungere che i successi ottenuti dai partigiani italiani prima ancora che cominciassero ad arrivare gli aiuti angloamericani, le cosiddette repubbliche partigiane, non hanno eguali in tutto il resto del mondo.
Spesso queste repubbliche durano pochi giorni prima di essere spazzate dai nazisti, ma la loro importanza per guadagnarsi il sostegno popolare è enorme, in particolare quando le reazioni vanno ben oltre ogni umana sopportabilità.
Ma tra i partigiani c'era che voleva la dittatura comunista?
Sarei tentato di rispondere aridaje, dato che questa è la più ridicola delle osservazioni che si possano fare sulla Resistenza.
Primo, il PCI, che è quello di cui si parla, faceva parte del CLN, e il CLN non aveva assolutamente intenzione di discutere la forma di stato prima che fosse finita la guerra di liberazione, come scritto con largo anticipo.
Secondo, l'Italia spettava al blocco atlantico, blocco che era perfettamente a conoscenza dei partigiani comunisti, e partigiani che a loro volta sapevano benissimo che non sarebbe arrivata l'Armata Rossa. A meno di voler credere a un Togliatti che dopo la capitolazione nazista si rimette in clandestinità contro la NATO.
Tornando al primo punto è notevole ricordare che la decisione da parte del PCI di tralasciare la questione istituzionale durante la guerra si chiama "Svolta di Salerno".
La storia non è passata così spesso per Salerno, quindi per quelle poche volte che è successo il presidente della locale provincia potrebbe fare uno sforzo di memoria.
È stato giusto appendere Mussolini a piazzale Loreto?
No, ma si tratta di un problema di vilipendio di cadavere.
Mussolini cessa di essere rilevante il 25 luglio 1943, data dopo la quale diventa solo un pupazzetto nelle mani dei nazisti.
Avrebbe potuto essere anche crocifisso, bruciato vivo, morto di infarto o mandato in giro vestito da Hello Kitty, senza per questo contare più di zero nella storia della Liberazione.
Ma allora perché se la prendono con il 25 aprile?
Perché chi lo fa vuole colpire attacca una parte politica attaccandone un (presunto) mito, non diversamente da quello che fanno i leghisti quando ostentano disinteresse per l'unità d'Italia.
Lo scopo non è quello di dare maggiore o minor valore alla Resistenza in sé, ma semplicemente di provocare una reazione che può tornare utile per mascherare un tema che non si vuole affrontare, o far passare l'avversario per conservatore e vacuo.
Riuscendo spesso nell'intento, e per tante ragioni.
Perché la storia va sempre avanti, e con il tempo che passa è sempre più difficile credere a olio di ricino e campi di concentramento, come per un americano sarebbe difficile pensare all'esercito inglese al di là del Delaware.
Perché un bel pezzo di quello che fu lo schieramento che componeva il CLN, in particolare la DC e le formazioni eredi, non ne ha mai pubblicizzato granché la memoria, pur essendo i suoi capi dell'epoca indiscutibilmente antifascisti.
Ma soprattutto perché una fetta, piccola ma rumorosa, del mondo di sinistra fa una fatica enorme ad accettare che il 25 aprile possa coinvolgere quelli che sono considerati non abbastanza puri.
La fetta che trova opportuno insultare sindaci o presidenti dimenticandosi che il regalo che la Resistenza ci ha lasciato è appunto un paese che includesse più cittadini possibile, non il contrario.
Perché questa fetta dovrebbe smettere di usare la parola "fascista", che i partigiani avevano dovuto imparare bene cosa significasse, come sinonimo di "non sta con me".
Possibilmente prima che dare del fascista all'avversario di turno sia come definire "scandaloso" un video di Christina Aguilera.
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25 aprile 2010
Uno spettro s'aggira per Vigna Clara
Se tentassi di mettere qui in bella copia tutti i commenti letti o sentiti negli ultimi giorni sulla lotta all'interno del PDL ne verrebbe fuori qualcosa di illeggibile, e sicuramente noioso.
Non riesco però a non dire nulla sull'allucinante fascino che Fini sembra esercitare su alcuni di sinistra, che se fossero solo blogger non ce ne potrebbe fregare di meno, e invece a quanto pare pure ex segretari e militanti.
Non credo sia possibile elencare tutti i cambi di posizione politica della sua carriera.
Sui diritti civili, sull'immigrazione, sul presidenzialismo, sulla legge elettorale, sul federalismo, sull'Europa, sul ministro dell'Economia, perfino sul suo stesso partito Fini in questi anni ha detto tutto e il suo contrario, e senza mai mettere in discussione non solo l'alleanza con Berlusconi, ma neanche il voto suo e dei suoi a ogni legge importante che veniva dal governo, finanziarie in primis.
Appunto, non devo elencarli, ne metto solo uno.
Fini è bolognese e tifoso del Bologna, ma durante il matrimonio con Daniela di Sotto, laziale, era diventato un habitué dell'Olimpico, dicendo, parole sue, che si era "avvicinato" alla Lazio.
Uno che si mette a tifare la squadra della moglie.
A me basta questo.
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22 dicembre 2009
Corridoi
Qualche tempo fa c'è stato un evento politico con qualche strascico polemico, strascico che in Italia non sarebbe una gran notizia dato che non ce ne mancano, ma in questo caso la vicenda non era del tutto italiana.
Parlo della nomina dell'alto rappresentante dell'Unione Europea per gli affari esteri e la sicurezza comune, detto anche Mister PESC, che è un po' meno noioso del nome ufficiale.
Pareva dovesse essere Massimo D'Alema, o al limite David Milliband, e invece sarà la semisconosciuta Caroline Ashton.
Non perderò tempo con i dietro le quinte che avrebbero portato alla mancata nomina, e tantomeno con le dichiarazioni a casaccio dei vari politici, in particolare di Di Pietro del quale ormai si è persa memoria dell'ultima volta che abbia detto qualcosa di sensato.
Avevo scritto dell'Unione in un altro post, di cui questo è una specie di seguito, quindi si parla più che altro di Europa.
Il primo problema da affrontare quello che a me sembra un errore storico di percezione, e cioè il fatto che l'Europa sia una specie di potere terzo, autonomo rispetto a quelli nazionali.
Ecco, non è così.
L'Europa è, per usare le parole di Emma Bonino, i paesi che la compongono.
Non è qualcosa che sta in cima alla scaletta comune - provincia - regione - stato.
Immagino che molti italiani, vista la miseria che talvolta capita di osservare in patria e dimenticandosi che l'esterofilia è sempre provincialismo, la preferirebbero così, ma purtroppo per loro si sbagliano.
Eleggiamo sì un parlamento, ma non ha quasi nulla del potere e dei compiti di quelli nazionali.
Il vero potere nell'Unione è quello dei singoli governi, esercitato attraverso il Consiglio Europeo.
Un piccolo esempio per essere più chiari: sapete tutti che per entrare nell'area Euro bisogna rispettare certi indicatori economici nazionali come debito pubblico, inflazione e altri.
Una volta ammessi gli indicatori devono essere ovviamente mantenuti, pena l'applicazione di multe.
Chi decide se un paese va multato? L'ECOFIN. L'ECOFIN è l'assemblea dei ministri delle finanze dei paesi dell'Unione.
La decisione viene quindi presa da un organismo che tecnicamente non viene eletto da nessuno, formato da gente che viene continuamente sostituita, in caso di elezioni o rimpasti, e che soprattutto prende una decisone politica, altrimenti potrebbero metterci tranquillamente un foglio excel a fare le stesse cose, e il foglio excel ci direbbe oggi che la Grecia dovrebbe essere multata, e invece non lo sarà.
L'Unione Europea concreta, quella che prende le decisoni che contano, non è quindi un'istituzione, ma piuttosto la somma delle singole istituzioni statali.
Veniamo alla PESC, e soprattutto a capire cosa significa questo curioso acronimo.
La PESC è la politica estera e di sicurezza comune, e non è un'invenzione di oggi, ma era già nel trattato di Maastricht, quello che in pratica definisce l'Unione come la conosciamo e viviamo oggi.
Senza inventare nulla, prendo il pezzetto del trattato di Lisbona:
"The Union shall have competence, in accordance with the provisions of the Treaty on European Union, to define and implement a common foreign and security policy, including the progressive framing of a common defence policy."
Il trattato di Lisbona è un bel casino.
Vi starete immaginando un pregevole volume rilegato in pelle con scritte dorate, ma sareste fuori strada, perché è invece scritto come serie di emendamenti ai trattati preesistenti, che non sono neanche pochi, rendendolo di lettura non proprio agevole.
Se non siete studenti di Scienze Politiche con un bel po' di tempo da perdere vi dovete fidare, e se vi fidate vi spiego perché io alla PESC non ci credo.
(per gli interessati comunque il trattato è qui, così vi risparmiate di passare per il sito della non esattamente graziosa commissaria Ashton)
La frase in inglese riportata sopra mette in chiaro un concetto chiave, la politica estera e di sicurezza implica per definizione la difesa, quindi forze armate, controspionaggio, ricerca militare, caserme.
Basterebbe già questo per tagliare le gambe ai sogni, dato che tutto questo a livello europeo non esiste neanche in embrione.
Ma non è solo questo.
Nell'attuale Unione ci sono paesi che fanno parte della NATO e paesi che non ne fanno parte, paesi che hanno basi straniere sul loro territorio, generalmente americane, e paesi che non ne hanno.
I paesi ex colonialisti hanno ancora rapporti privilegiati con le ex colonie, quelli che confinano con qualche stato importante ma non dell'Unione devono comunque fare i conti con l'ingombrante vicino.
È perfino superfluo ricordare che nelle crisi recenti più rilevanti l'Europa è andata allegramente in ordine sparso, come nel caso dell'invasione americana in Iraq o peggio ancora nella serie di guerre nella ex Iugoslavia.
Ora, la California e l'Arizona possono avere leggi diversissime, ma la loro politica estera è una soltanto, e lo stesso vale per il Molise e la Lombardia, malgrado Formigoni.
Cercando di essere ancora più astratti, una politica estera è una delle condizioni necessarie, anche se non sufficienti, affinché una comunità possa chiamarsi stato, o per dirla logicamente meglio non può esistere una cosa chiamata stato che non abbia una sola politica estera e una sola difesa (e una sola moneta, ma quella più o meno già c'è).
Se la Latveria, ipotetico membro dell'Unione, avesse degli importanti contratti di fornitura di gas con la Symkaria, e quest'ultima fosse sconvolta da un'improvvisa guerra civile che li mettese a rischio, come dovrebbe regolarsi Mister PESC?
Sarebbe sufficente l'esperienza di un ministro degli esteri e magari pure presidente del consiglio per far trovare una sintesi decente agli 26 governi?
Anzi, volendo fare un po' di fantapolitca e dietrologia, potremmo addirittura pensare che un politico comunque di rango come D'Alema non avrebbe voluto sedersi su una poltrona di grande prestigio ma vuota, con un potere perfino inferiore a quello di Viviane Reding, la (sempre sia lodata) commissaria che ha imposto il tetto al costo degli SMS in tutta l'Unione.
Sappiamo che non è andata così, sappiamo che le nomine sono il risultato di veti, ancora una volta, dei singoli governi, su questo o quell'altro nome.
Io comunque al posto suo ci avrei pensato due volte.
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28 settembre 2009
Togliatti
Ci sono alcune persone che si iscrivono a parlare, hanno tutte sessant'anni o più, si devono interrompere quando passa il Cotral per Monterotondo che copre qualunque suono.
Nella sala siamo forse in venti, su un totale di più di trecento iscritti.
Le parole sono originali, "istanze del territorio", "donne negli organismi dirigenti", "disaffezione della base" e via così, con qualche "non è venuto nessuno da Roma" e "è un problema di Roma", che se non fossero metonimie a otto chilometri dal raccordo farebbero anche sorridere.
Poi, quando arriva l'ora di pranzo, siamo al "mi sono montato il gazebo da solo".
Per fortuna non esce "c'è dietro D'Alema", magari perché fa paura solo ai giornali e non ai militanti, o magari perché temono che si manifesti in una nuvola di zolfo.
Non si può giudicare un partito da una sezione, anche se la speranza che questa sia la peggiore d'Italia è abbastanza forte.
Non c'è segretario ma un gruppo di reggenti, le convocazioni non sono arrivate quasi a nessuno o sono arrivate la mattina del sabato, quando chi si è preparato la gita domenicale non ha più la minima intenzione di cambiare idea.
I presentatori della varie mozioni dicono quello che i loro segretari dicono da mesi, forse in modo più diretto e veemente, ma certamente non nuovo.
Nessuno di loro è di qua, perfino il garante mandato dal partito viene da un comune a cinquanta chilometri di distanza.
Ce ne vuole di cuore per credere che questa armata allo sbaraglio possa un giorno sconfiggere la parte avversa, quella ormai talmente tracotante da potersi permettere, non trovandone altra, l'opposizione dall'interno.
E ce ne vuole di cuore per non dire davanti a tutti che questo disastro è stato voluto, che non è il risultato dei colpi ben piazzati dell'avversario ma una tappa di una corsa conclusa, e voglio sperare sia conclusa, in modo pessimo.
Quanto necessaria fosse questa tappa non lo so, e credo che neanche sia più importante, sono l'ultimo arrivato, e rimango zitto ad ascoltare.
Penso a un paio di elettori che conosco tra i tanti, un pensionato dell'ATAC e una casalinga, facendo finta per una volta che la parola casalinga non suoni come proveniente dall'età del bronzo.
Come milioni di altri hanno votato per il PCI, PDS, DS e oggi PD, e l'hanno fatto senza conoscere probabilmente mezza riga del programma, ammesso che ci fosse stato.
Hanno votato sempre senza farsi tutte le domande che mi faccio io, e non perché fossero sempliciotti di facile manipolabilità, ma perché erano, sono, e moriranno convinti che chi li rappresenta in Parlamento sia migliore di loro.
Perché credono che le persone a cui delegare la difficoltà a trovare un lavoro, i prezzi folli di case e affitti, i sei mesi per farsi fare una TAC, perfino le buche per strada, debbano essere a un livello di preparazione e capacità di risolvere i problemi che chi ha da lavorare per campare semplicemente non ha.
Hanno mandato giù a fatica il cambio del nome, "'sta parola, comunista, ormai nun va più bene", ma continuano a credere che Berlinguer, Occhetto, D'Alema, Veltroni, addirittura Natta e Franceschini fossero e siano degni di fiducia, altrimenti non starebbero là dove stanno.
Mi aspetto questo, mi aspetto che al prossimo leghista che apre la bocca il segretario del PD ricacci in gola le frescacce che dice, magari chiedendogli come si sposa la lotta all'immigrazione clandestina con la sanatoria delle badanti, tanto per fare un esempio.
Esempio che come altri non so più quanti non mi è ancora capitato di sentire.
E possibilmente prima che lo pensi io, o al massimo mezza giornata dopo.
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22 giugno 2009
Lo spiego in modo più semplice possibile
Signori, oggi si parla di Iran, un posto con una lunghissima storia, chi potrebbe dire di non averne mai sentito parlare?
La storia dell'Iran è molto semplice: ci sono stati un paio di imperi con nomi strani, tipo achemenide e sasanide, che avevano come hobby quello di perdere battaglie contro i greci.
Per circa duemila anni non è successo niente, poi c'è stato un re un po' stronzo che circa trent'anni fa è stato rovesciato da una rivoluzione di preti fascisti.
(le parole "prete" e "fascista" sono usate indifferentemente in questo post, essendo per chi scrive più o meno dei sinonimi)(Iran significa "paese degli Ariani", guarda un po' che coincidenza).
Per farla breve lì funziona così: c'è un consiglio di preti, non eletto, che controlla l'esercito e i servizi segreti, e in più decide chi può essere ammesso alle cariche elettive.
Le cariche elettive sono il presidente e il parlamento, che hanno un funzionamento abbastanza simile a quello occidentale, anche se in un'architettura del genere la loro rilevanza è gravemente menomata.
Le cariche elettive hanno importanza per quanto riguarda l'economia e soprattutto il petrolio, unica vera fonte di sostentamento, dato che i produttori di tappeti, che erano l'altro pilastro dell'economia, ora sono tutti a Roma e perennemente in liquidazione.
Il fattore sicurezza è piuttosto importante perché al di là di un normale esercito e una normale polizia l'Iran ha delle milizie aggiuntive, diretta emanazione dei preti: una sono i Pasdaran, vero e proprio esercito parallelo, e l'altra sono i Basij, che hanno conquistato la ribalta oggi anche se sono sempre esistiti.
I Basij sono dei volontari disarmati (teoricamente), che vengono addestrati alla carlona e buttati lì quando serve per questioni di sicurezza.
Sono insomma dei "volontari per la sicurezza", una cosa che in una democrazia non si è mai sentita.
Alle ultime elezioni si candidano Ahmadinejad, il presidente uscente, il capo di stato più trucido che si sia mai visto, e altri tre candidati. La parte riformista del paese decide di convergere su Mousavi, un moderato del tutto organico al regime, ma meno impresentabile dell'altro.
Ahmadinejad prende circa il 65%, alcune cose non sono molto chiare, insomma l'altra parte non ci sta ed esplode il casino.
Non è la prima volta che in Iran scattano ribellioni contro il regime fascioclericale, ma la differenza è che questa ribellione è armata di Twitter, e quindi rilancia slogan ed episodi al di fuori del territorio nazionale.
Cerco di fare ordine, perché dell'Iran ci frega qualcosa?
L'Iran è una dittatura, non è una democrazia, e non lo è mai stata.
È solo qualcosina in meno della Cina o della Birmania, ma comunque un paese lontanissimo da quello che per noi è "civiltà".
Eppure la Cina e la Birmania esistono, nessuno le minaccia se non a parole, e così esistono Cuba o la Corea del Nord.
Dell'Iran ci interessa (leggere "interessa ai nostri governi") la politica estera, e in particolare il presunto programma di armamento nucleare.
Perché quello che vuole l'Iran è fare la potenza regionale, non ci vuole un genio per capirlo, e non ci vuole un genio per capire che se lo può permettere da quando gli americani gli hanno gentilmente tolto di mezzo la contrada rivale, l'Iraq di Saddam.
Che beninteso era un altro posto di merda, ma nascere da quelle parti è iella, lo sanno tutti, e anche se il kebab è più buono sempre iella è.
Se domani arrivasse il prete capo a dire "abbiamo scherzato, aveva vinto quell'altro", che facciamo? Esultiamo?
Mousavi non mette in discussione la repubblica islamica, e neanche il nucleare, che a essere precisi non è sotto il suo controllo, ma di quello dei preti.
Non mette in discussione l'esistenza e l'uso dei paramilitari, che oggi picchiano e uccidono i suoi, ma domani potrebbero farlo con chiunque altro.
E questo perché quelle squadracce non stanno lì a difendere un candidato o l'altro, ma stanno a difendere la repubblica islamica, il regime dei preti fascisti.
E se vi siete impressionati per la ragazza qualunque che muore in strada avete fatto un passo avanti verso l'ovvio.
Perché si muore così, gli occhi vanno indietro perché il nervo ottico non funziona più, il sangue esce dalla bocca per il proiettile che le ha sfondato i polmoni.
E perché così riconosciamo i cattivi, perché così gli italiani di sessanta anni fa hanno fatto per capire chi erano quelli a cui sparare senza indottrinamento ideologico, perché i fascisti ammazzavano la gente.
E non c'è bisogno di Youtube, basta leggersi Persepolis di Marjane Satrapi (dai che è solo un fumetto, ce la fate).
Rilanciate pure i filmati, ma rilanciateli a quel fighettume di sinistra da sempre indulgente con il regime degli ayatollah, un po' perché antimamericano, un po' perché i comunisti iraniani, che si chiamavano Tudeh, inizialmente lo sostennero, finendo tutti come carne di porco, come si merita che si allea con i fascisti.
E se non fosse che non sono buono neanche a tirare le miccette a Capodanno, l'unica cosa che farei sarebbe andare ad armarli, quei pochi democratici rimasti lì.
Sembra che l'unico metodo che funzioni sempre sia quello messo a punto da un noto inventore francese, Maximilien Robespierre, poi applicato in altri casi simili, anche se uno spera sempre di sbagliarsi.
Per l'Iran allora proporrei una versione moderna del metodo Robespierre, che potrebbe essere applicato soltanto ai primi tre o quattro casi, essendo i fascisti generalmente dei vigliacchi.
A quel punto, una volta rimesse a posto le cose, il simpatico clero tornerebbe a fare quello che sa fare meglio in tutto il mondo: rompere le palle a chi scopa prima del matrimonio.
Restando generalmente inascoltato.
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08 aprile 2009
Siamo uomini o scalfacosi?
L'idea per cui bisognerebbe accorpare il referendum sulla legge elettorale con le elezioni europee, per risparmiare qualche centinaio (*) di milioni, è, nel merito, strumentale al risultato del referendum.
Il fatto che bisognerebbe farlo perché servono soldi per l'emergenza in Abruzzo è, nelle motivazioni, semplicemente vergognosa.
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08 febbraio 2009
Senza diplomazia
Spero sinceramente che la signora Eluana Englaro muoia il più presto possibile, per lei, e per vanificare l'assalto a qualunque cosa in cui credo che in queste ore viene messo in atto dal Governo.
L'aver incontrato il ministro Sacconi quest'estate a Orbetello, e non avergli ammollato una scarica di calci in culo tale da farlo arrivare all'isola del Giglio senza traghetto, resterà uno dei miei più grossi rimpianti, secondo solo al non aver visto i Nirvana a Roma nel 1994.
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