Mettiamo una sera a casa di amici, mettiamo che si conoscano tutti bene, mettiamo che si parli pure di cose un po' osé, ché tanto siamo tra vecchie conoscenze.
A un certo punto Terenzio, mentre si commenta l'attualità, se ne esce con "ma figurati, pure a Teobalda piace prendere le melanzane nel culo".
Teobalda, se dovessi regolarmi sulla mia piccola esperienza in fatto di donne, probabilmente si metterebbe a piangere dalla vergogna, o si girerebbe come una pantera verso Terenzio dicendogli che certe cose forse le fa sua sorella, o sua madre.
Io, cercando di continuare a mangiare nascondendo l'imbarazzo, o meglio il ribrezzo, troverei che Terenzio è un tizio da non vedere mai più.
Ci sono mille ragioni per cui parlare di quello che succede nella zona in mezzo alle gambe è considerato, almeno, da maleducati, e fanno parte di quella cosa che si chiama cultura, quella che studiano gli antropologi.
Io non sono antropologo, e semplicemente mi adeguo; non do informazioni sulla vita sessuale di chi mi circonda in mezzo alla strada, e considero chi lo fa un individuo spregevole.
È giusto? Non mi interessa, come non mi interessa la ragione per cui non ci spremiamo i brufoli al ristorante.
So che è così che mi hanno insegnato, e so che qualunque cosa di cui desideriamo la massima disponibilità, come le idee religiose o politiche, deve essere accompagnata da un po' di segretezza, e non credo che sia necessario spiegare il perché.
Eppure, in questo momento, su tutti i quotidiani e i social network della nazione sta succedendo proprio questo: la vita sessuale di un bel po' di gente, compresa di stramberie, viene resa del tutto pubblica.
Bacheche di Facebook, pagine di Friendfeed, blog o altro sono ben pieni di link a fonti sì variegate, ma tutte classificabili tra le fogne dell'informazione.
Si obietterà che si tratta di Berlusconi, che come noto è brutto, cattivo, non ha diritto alla riservatezza come tutti gli altri eccetera, eccetera, certamente, e il problema infatti sono proprio gli altri.
Non è strano che quei mezzi che parlano di rappresentazione deviata della femminilità siano gli stessi che oggi trovano giusto fare elenchi di ragazzacce debosciate le quali non solo non sono accusate di nulla, e già farebbe schifo così, ma vengono tirate dentro sulla base di indiscrezioni sulle intercettazioni?
Non pensate che se questo trattamento viene riservato a quello che è l'uomo più potente d'Italia, e quindi in grado di difendersi come nessun altro, voi che siete, come me, degli illustri signori nessuno nella stessa situazione vi trovereste ad affrontare un uragano con un filo d'erba?
Non pensate che, nel momento in cui l'onorevole Elzeviro Pippacci venisse arrestato per tangenti, voi che ci siete uscite per un po' dieci anni fa quando era assessore di Rocca Cannuccia vi potreste trovare a dover spiegare agli amici perché vi piaceva essere presa a frustate sulle chiappe?
Questo non è avanzare verso una società migliore o più giusta, ma il suo contrario, precipitare verso le torce e i forconi.
Non potete essere sicuri di non essere la prossima Teobalda.
16 settembre 2011
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02 luglio 2011
Prenestina

Quando Mark Sandman se n'è andato io non conoscevo così bene i Morphine. C'era già il web, c'erano gli mp3 ma alla fine per conoscere gli indipendenti, quelli nel vero senso della parola, avevi bisogno di qualche iniziato che ti imbeccasse.
Non li conoscevo, eppure ricordo il giornale radio della mattina che dà la notizia, e i telegiornali, compresi quelli grossi, che lo ripetono durante la giornata;
forse perché quella cittadina vicino Roma, che organizzava un festival dal cartellone così internazionale, sembrava un posto un po' provinciale per far morire un americano.
Ma per me era comunque morto uno che faceva rock con un po' di jazz dentro, all'epoca abbastanza di moda, era morto quello della band che suonava senza la chitarra, e nient'altro.
Ieri un mio amico con le maiuscole e la sintassi incerte ha messo il video di The Night, e mi ha fatto tornare in mente tutto questo.
Ho pensato che siccome morire a quarantesei anni è ingiusto in ogni tempo e in ogni spazio, la storia potrebbe essere stata diversa.
Ho immaginato che quella divinità che aveva proposto ad Achille una giovane morte eroica al posto di un'anonima vecchiaia fosse andata dal nostro Mark a offrirgli lo stesso patto, morire sul palco mentre suonava invece che in un ridicolo hotel, morire vicino all'eterna Roma, nella cittadina dove secoli fa era nato uno dei creatori della musica moderna, invece che nella sua Boston.
Ho immaginato che Mark sarebbe stato un po' riluttante, ma che la divinità avrebbe rilanciato con l'intitolazione di una scalinata, ché neanche Syd Barrett e Ian Curtis hanno tutte queste strade con il loro nome, e perfino a De André hanno rimediato una piazzetta alla Magliana, mica tanto di più.
Ho immaginato che la divinità, come ultima offerta, lo avvisasse del fatto che sarebbe stato meglio morire prima che una folla piena di telefonini potesse riempire la rete di immagini e filmati del suo cadavere sul palco.
E che Mark, a quel punto, abbia detto di sì.
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27 giugno 2011
Io confesso
Stavo pensando, il perché ve lo spiego dopo, che non posso scagliare la prima pietra.
Ho creduto finora che Berlusconi fosse un avversario politico ma mi sbagliavo: è un dittatore, e quindi contro di lui vale tutto.
Qualche vecchio scemo potrebbe obiettare che i dittatori non perdono le elezioni e i referendum, ma è una sciocchezza: Pinochet aveva perso un referendum, Milošević aveva perso le amministrative, quindi Berlusconi, per ineffabile logica, è un dittatore.
È altresì evidente che, essendo Berlusconi il male e di destra, chi sta con il bene e a sinistra deve essere contrario a qualunque cosa dica, e quindi questa riservatezza delle comunicazioni, che qualche poveraccio a corto di logica aveva perfino messo nella costituzione, sia un vecchio arnese che andrebbe pensionato.
Quindi, tornando all'inizio, devo dire che una volta ho falsato il regolare percorso verso il successo dei probi e degli onesti, una mia irresponsabile azione ha cambiato per sempre la storia di questo paese, ed è giusto che tutti sappiano.
In un momento verso la fine degli anni '80, che non ricordo esattamente ma che gli inquirenti sapranno trovare senza problemi, al telefono con un mio compagno di scuola ho pronunciato la seguente frase:
"Me sa che domani faccio sega, nun so un cazzo".
Dato che ultimamente va di moda sottotitolare anche il dialetto romano, preciso che la frase sopra può essere resa con "sono intenzionato a essere assente domani, dato che non ho studiato e non vorrei prendermi un'insufficienza".
Quello con cui parlavo, pur sapendo della mia intenzione non penalmente rilevante, non ha fatto una pubblica delazione come avrebbe dovuto, e sono pronto anche in questo caso a farne il nome, appena me lo ricordo.
Qualcuno sarà stato sicuramente interrogato al posto mio, avrà preso un votaccio, sarà diventato un precario e non può comprarsi l'iPad, e tutto per colpa mia.
Sono pronto a dimettermi, però ho appena notato che non sono membro praticamente di niente e quindi, dopo una penosa autocritica, ho deciso di restituire la tessera Mediaworld, in fin dei conti il televisore in offerta l'ho già preso.
(Per i meno attenti: questo è un articolo di dileggio verso una cosa che ha a che fare con il disgusto e con la riscossa morale, scritta su una fogna di giornale che non metto, guglatelo da voi, perché finché si scherza si scherza ma a certi livelli non pensavo ci si potesse arrivare. Meglio invece leggere questo.)
(Mi è anche venuto in mente ora che qualcuno potrebbe arrivare qui cercando la canzone di Piero Ciampi. Siccome ne avrebbe ragione e mi dispiacerebbe deluderlo, la metto)
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06 giugno 2011
The winner takes a 60 percent majority

Sono state le elezioni in cui chi ha vinto non faceva parte del gruppo l'avevo scritto in un post del 2009 né del gruppo eliminiamo un dirigente a caso e prendiamo centomila voti sicuri, ma loro ovviamente pensano di sì.
Sono state le elezioni di Sucate e Giandomenico Puppa, di Pisapia canaglia, del favoloso mondo di Pisapie, ma anche le elezioni di questo capolavoro di jAsOn qui a fianco.
Peccato non si possa ricandidare; per una reunion così avrei preso la residenza in Lombardia e l'avrei votato.
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28 aprile 2011
Āl ǧabr
Qualche giorno fa il sottosegretario Carlo Giovanardi, in un programma televisivo di un tizio con un nome buffo, ha avuto da ridire su una campagna pubblicitaria di un noto mobilificio svedese.
Riporto da ANSA:
"Contrasta a gamba tesa contro la nostra Costituzione, offensivo, di cattivo gusto. L'Ikea è libera di rivolgersi a chi vuole e di rivolgere i propri messaggi a chi ritiene opportuno. Ma quel termine 'famiglie' è in aperto contrasto con la nostra legge fondamentale che dice che la famiglia è una società naturale fondata sul matrimonio, in polemica contro la famiglia tradizionale, datata e retrograda"
Per capire la dichiarazione studiamo un po' chi è Giovanardi.
Il senatore Giovanardi ha svolto quasi tutta la sua carriera politica nella DC e poi nell'UDC, ma alla vigilia delle elezioni del 2008 decide di passare da Berlusconi il quale, notoriamente generoso, gli regala il posto da sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega a famiglia, droga e servizio civile.
Fatto sta che il mese scorso Tremonti ha tagliato i viveri, il Fondo per la famiglia, circa del 90%, rendendo la delega praticamente inutile.
A questo punto il nostro si è trovato improvvisamente con un sacco di tempo libero, che ha deciso di impiegare occupandosi di pubblicità.
Per quanto mi riguarda Giovanardi è liberissimo di trovare di cattivo gusto due uomini che si tengono per mano.
Anche a me non piacciono quelli che si slinguazzano per strada, o quelli che ci rendono edotti della marca delle loro mutande, ma io non sono sottosegretario e non me la prendo con famosi mobilifici, ed è per questo che finora non lo sapevate.
Fino a qui avremmo potuto liquidare la faccenda tra le lamentele di un vecchietto bacchettone, ma il senatore, sicuramente perché ha tempo di elaborare, parte per la tangente e teorizza il concetto di pubblicità anticostituzionale.
Concetto interessante, infatti ci sono stato a pensare un bel po', e alla fine ho deciso che potrebbe stare bene insieme ad altri simili come fuorigioco di Van der Waals e quadratura del Burkina Faso, e cioè tra le cose senza senso.
Sarebbe stato bello finire in gloria, ma non ci si è riusciti perché un deputato del PD, Giorgio Merlo, decide che non può non aver nulla da dire, e poi il mobilificio è veramente famosissimo, e quindi sul suo blog scrive questo:
“Un conto è denunciare il fallimento del Governo sulle politiche per la famiglia e per l’infanzia. È appena sufficiente ricordare il pesante taglio deciso dal Governo Berlusconi a favore delle famiglie italiane. Altra cosa, invece, è ricordare e custodire il valore costituzionale della famiglia. Su questo terreno il sottosegretario Giovanardi ha ragione. Senza se e senza ma. E il messaggio pubblicitario dell’Ikea va denunciato. Almeno per chi crede nel valore costituzionale della famiglia”.
Presentiamo anche l'onorevole Merlo, deputato eletto nella circoscrizione Torino, di lunga esperienza, membro della Commissione parlamentare per l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi, detta tra gli amici Vigilanza RAI.
Che fa la Vigilanza RAI? È una commissione di quaranta parlamentari, presieduta per cortesia istituzionale da un membro dell'opposizione, che si riunisce quando succedono casini nelle trasmissioni di Santoro.
Non che il nostro Michelone nazionale non ci provi spesso a far casino, ma non ci riesce sempre, quindi l'onorevole Merlo, come il collega Giovanardi, ha un sacco di tempo da perdere, che ha deciso di impiegare occupandosi di pubblicità.
La sua dichiarazione ha tutta l'aria di una preterizione, e parte anche bene, subito un'accusa ai tagli di Tremonti alle politiche per la Famiglia, e quasi ti viene da dire "vai Giorgio, vai!".
Poi però anche lui espone una sua teoria, elaborata probabilmente nelle lunghe passeggiate al Caffé Sant'Eustachio, che guardacaso coincide con quella di Giovanardi, e per la quale valgono le considerazioni fatte sopra.
L'obiezione più scontata sarebbe "oh mio dio abbiamo nel partito uno che dice le stesse cose di uno dell'altro partito", ma è sbagliata.
È sbagliata perché il PD è, o aspira a essere, un partito di massa, e partito di massa significa che si prende un modello economico e sociale che comporta una redistribuzione della ricchezza (in un verso o nell'altro), si ha una struttura territoriale, uno stato maggiore (segreteria), un metodo di selezione dei dirigenti, e soprattutto che si cerca di prendere un bel po' di voti, diciamo un 30% (magari).
Da qui è evidente che questo tipo di partito deve abbassare alcune soglie di accettabilità, e nella maggior parte dei casi queste soglie sono proprio i diritti civili, intesi come quelli che non sono già nella Costituzione.
Questo non perché, ci fosse bisogno di dirlo, abbiano minore importanza, ma per la ragione storica per cui un'aggregazione politica grande non si è mai realizzata su temi del genere, neanche quando, come per esempio nel caso della legge 194, questi erano largamente maggioritari tra gli elettori.
Il problema è che l'idea di partito di massa confligge malamente con l'idealismo, il che è causa di innumerevoli discussioni che non hanno nessuna speranza di trovare una sintesi.
Se siete degli idealisti guardate altrove, non fatevi salire la pressione perché si fanno (aaaargh) compromessi, e soprattutto non fate salire la pressione a me cercando di farmi cambiare idea.
Con questo però non voglio dire che l'onorevole Merlo sia esente da critiche.
Per quanto il suo commento sia personale, dato che non ha incarichi di segreteria, quello che dice non va bene, e non per le sue personali convinzioni in materia di uomini mano nella mano, ma perché mette nella sua equazione due termini che non sono in nessun modo confrontabili.
È doveroso, per un membro dell'opposizione, mettere all'indice i tagli del governo, ma non bilanciarli dialetticamente con la critica a una reclame che onestamente è soltanto paracula, e quindi per definizione azzeccata.
Bisogna far capire agli elettori dove si sta politicamente, senza "ma anche".
Nel caso ciò sia impossibile, almeno sedere in commissione Affari Costituzionali, dove di tempi morti ce ne sono assai di meno.
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04 aprile 2011
Oh, è tutto così silenzioso
Da bambino, ma non ricordo bene a quale età, mi capitava di fermarmi a guardare la lavatrice.
Seduto là davanti cercavo di dare un senso alla sequenza di giri che facevano plush plush, e alle pause che li seguivano, ma soprattutto ero affascinato dalla ruota dei programmi, qualla cosa che faceva crac crac e decideva, in qualche modo oscuro, cosa doveva fare la lavatrice.
C'erano già pesanti indizi che sarei diventato un tecnocrate.
Alla fine dei plush plush c'era immancabilmente il ragnarok del lavaggio: la centrifuga.
I panni sparivano sui bordi e in mezzo c'era il nulla, un buco nero come ce lo immaginavamo nei film di fantascienza dell'epoca, l'apparato tremava e rumoreggiava fortissimo.
Io però avrei fatto la centrifuga all'inizio, perché così mi sembrava che lavatrice stesse dando la mazzata finale ai panni, e invece si sarebbe dovuto partire forte e finire dolcemente, ché magari i panni erano stanchi.
C'erano già pesanti indizi che sarei diventato di sinistra.
La rotella dei miracoli diceva cose un po' per iniziati: crac prelavaggio, crac crac molto sporchi, crac crac crac crac seta e delicati.
Cos'è il prelavaggio? Come faccio a capire cosa è sporco e cosa lo è molto?
Non serve più, perché ora c'è ciclo camicie, ciclo piumini, ciclo calzini, ciclo calzini del calcetto.
È probabile che oggi ci siano molti più uomini che devono far funzionare la lavatrice da soli.
O forse no, forse anche le lavatrici, come i telefonini o i sistemi operativi, hanno semplicemente un'interfaccia più umana.
Qualcuno deve aver pensato che fosse giusto anche per i diversamente lavandai avere una certa facilità d'uso di un mezzo così importante.
In una riunione di un'ipotetica azienda tra commerciale e i tecnici più o meno deve essere andata così:
"allora, la concorrenza sta progettando una lavatrice che invece di dire come si deve lavare dice cosa si deve lavare"
"embe'?"
"e allora noi dobbiamo uscire prima, serve un progetto"
"saranno almeno sei mesi di lavoro" (ma almeno, ma infatti)
"non se ne parla, dobbiamo fare molto prima"
"con questi requisiti ci sono delle criticità evidenti" (bravo, bene, diglielo)
"facciamo un paio di bottiglie di Borgogna nel pacco di Natale?"
"cantine indipendenti francesi?"
"mi pare ovvio"
"però qui nei requisiti alcune cose ancora..."
"apriamo le porte di eMule nel proxy aziendale"
"in una quindicina di giorni dovremmo farcela"
Sì, è così, abbiamo il ciclo camicie e non i panni sporchi perché siamo esseri umani, e gli esseri umani vanno avanti.
E vanno avanti anche per errori, anche mettendo cose come il Diario su Outlook o il Push to Talk sui telefonini, che nessuno a memoria d'uomo ha mai usato ma che probabilmente uscivano da una riunione come quella sopra.
Fatti non fummo a viver come bruti, ma per andarcene in giro come l'Enterprise, arrivare dove nessuno è mai giunto prima, e non tornare indietro.
Ditelo quando sentirete dire che è tornato il vinile o vi parlano di decrescita, ditelo che sono cose insensate, che stiamo qui per cercare di curare malattie orribili come per lavare i panni più velocemente di prima, per non lavarli proprio, per arrivare al centro senza dover cercare parcheggio con la camicia pulita.
Una volta che si è conquistato qualcosa che ci piace non lo si molla più, anche se costa la fine dei vecchi stili di vita, costo che paghiamo volentieri, come paghiamo la luce o il gas.
Generazioni di umani hanno vissuto senza luce e gas? Verissimo. E chi se ne frega?
Tutti cercano la ragazza bella e vicino casa. Si è mai sentito qualcuno dire "la voglio bassa, culona, con i denti storti e residente a Casal Bernocchi"?
E dite pure che la lavatrice, alla fine, non è neanche troppo complicata.
È la lavastoviglie il problema: non immaginavo ci fossero così tanti tipi di piatti.
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29 marzo 2011
Tre storie
Un po' di anni fa, un bel po', c'era una canzone che Radio Rock passava tutti i giorni, più volte: Tutti al mare.
Era un pezzo di un gruppo livornese, i Virginiana Miller, dal loro primo album, Gelaterie sconsacrate, che è pure un bel titolo.
A forza di sentirla ci era venuta voglia di andarli a vedere, suonavano a un centro sociale alla Garbatella, la Strada.
Il centro sociale ancora esiste.
Pochi anni fa, quando scrivevo più di adesso su questo blog, una ragazza mi lasciò un commento dicendo che il blog le piaceva.
Io la ricontattai e le chiesi ma chi sei e lei dice per adesso vado a scuola ma mi piace la musica da vecchi tipo i Virginiana Miller ma davvero pensa io li ho visti a un centro sociale alla Garbatella e lei infatti da grande voglio organizzare i proprio i concerti.
Alla fine c'è riuscita.
Poi c'è una mia amica da una vita che fa le foto ai concerti e ne fa un sacco e nel frattempo fa pure la professoressa di matematica informatica ma secondo me si diverte di più ai concerti.
La mia amica mi dice andiamo a vedere i Virginiana Miller e Colapesce e allora io dico che li ho visti al centro sociale e basta sono dieci anni che racconti sempre di questo centro sociale e il concerto manco avessi visto i Velvet Underground.
In effetti.
Insomma quasi quasi vado al concerto ma mi dicono che il concerto è acustico. Acustico? L'unplugged? E che siamo negli anni '90? Ma tirate fuori il distorsore e al diavolo voi e certe fichettate, che pare di stare a San Lorenzo.
E prima c'è il reading. E no, e basta, adesso pure il reading? Poi che c'è? La cena etnica? Io ai reading non ci vado mai.
Vabbè, quasi mai, ci vado se li fanno a Cerreto Daisy, ma è raro.
E insomma vado a vedere i Virginiana Miller, il concerto acustico, dopo il reading.
Ci vado perché mi piacciono sempre, e mi piacciono perché sono livornesi, e io Livorno fino a qualche anno fa non la conoscevo per niente.
E se penso a Livorno mi viene in mente l'Aurelia, e l'Aurelia è di sicuro in qualche pezzo, e penso al Tirreno e il Tirreno c'è, e penso al mare e all'estate che sono un po' in tutte le loro canzoni, e il Commodore 64 e il tennis che lo so che con Livorno non c'entrano niente ma mi sono venuti in mente adesso.
E poi a me quelli che dal vivo sono bravi, quelli che anche se la canzone è fiacca riescono a fartela piacere, ecco, a quelli così alla fine io gli voglio bene, e anche se cantano che l'estate è finita, come Califano, come i Righeira, come i Grandaddy, non fa niente, tanto quando l'estate è finita si è sempre tristi, e a Livorno dove ci sono il mare e la spiaggia si è tristi il doppio, e le canzoni tristi il doppio stringi stringi ci piacciono un sacco, tipo How Soon is Now degli Smiths che uno giustamente pensa che è proprio una canzone da spararsi però poi stai lì a urlare I am huuman and I need to be looooved perché tanto lo sai che certe cose le canti perché dopo stai meglio.
Dopo ho visto pure il concerto di Colapesce che non conoscevo e neanche mi fidavo molto e invece devo dire è come Spinaceto cioè Colapesce, pensavo peggio.
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07 febbraio 2011
Quer pasticciaccio bello
Capita che una sera, per una manciata di motivi qualsiasi, non ti trovi a girare per la città nella quale sei nato e cresciuto e dove ancora vivi ma invece tanto per cambiare zompi qua e là tra i soliti feed, quando ti capita questo.
Non hai bisogno di spiegazioni, sai già cos'è, com'è nato, come si è sviluppato, sai che l'Adobe ha creato il formato PDF proprio per lui, ché prima usavamo Wordstar.
Sai anche che, visto l'esperimento milanese venuto bene, ha detto a una che conosci che sarebbe proprio una bella idea farne uno anche per Roma, magari un po' diverso, lo stesso tema però con l'ottica rovesciata, questa è la foto ma non vi dico altro, e adesso voi che non siete romani mi scrivete che cosa vi viene in mente a proposito della mia città.
All'inizio fai il vecchio blogger brontolone che ne sa, pare facile, ma chi te lo fa fare, a questi li conosco gli viene il panico da cursore lampeggiante su Documento1.doc, scrivere di Roma non è mica scrivere di Soriano nel Cimino, poi tocca impaginare, ti romperanno le scatole per lo spazietto qua e la virgoletta là, ti manderanno dieci versioni identiche tranne che per un imperfetto sostituito con un passato remoto.
E invece no, anche se sembra incredibile tutti accettano felici e anzi, avevano tutti dei racconti già pronti e non aspettavano altro che un'occasione così, in realtà è sempre stato il loro hobby, ne hanno anche per quando la stessa cosa si farà per Napoli, Genova e Soriano nel Cimino.
Tempo mezz'ora quaranta minuti arrivano tutti gli scritti, le foto sono tutte perfette senza nulla da tagliare o raddrizzare, l'impaginatore se la sbriga in dieci minuti e si stupisce anche lui della facilità e si offre volontario per le prossime occasioni.
Un paio d'ore ed era tutto pronto.
È andata proprio così.
Giuro.
(qui, PDF, 22 MB)
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26 gennaio 2011
C'era un cinese in fila
Chi segue da tempo questo blog sa che uno dei miei passatempi preferiti è quello di far parte dell'ufficio elettorale di sezione, un bel termine burocratico per dire che faccio lo scrutatore o il presidente o perfino il rappresentante, e per non farmi mancare nulla ho fatto le stesse cose anche alle primarie del PD.
Non ricordo se ho già avuto modo di scriverlo, ma io non sono un amante delle primarie, e per una lunga serie di ragioni.
Le considerazioni che farò sulle primarie in questo caso però non sono politiche, ma puramente tecniche.
Le primarie non sono ovviamente elezioni poltiche e nemmeno amministrative; sono però, per definizione, elezioni aperte alla più alta partecipazione possibile.
In teoria l'insieme dei votanti dovrebbe avere la stessa cardinalità degli elettori del PD, ma è un valore che non viene mai raggiunto.
È però vero che i numeri registrati finora, per esempio nel caso nazionale, sono paragonabili a quelli delle politiche di un piccolo paese Europeo, come Danimarca o Finlandia.
Le elezioni classiche però non sono soltanto l'infilare una scheda piegata in un'urna di cartone, anzi quel gesto è solo una parte di un processo lunghissimo che coinvolge molte persone.
Le liste elettorali sono continuamente revisionate dai comuni, il giorno prima delle elezioni tutto il materiale necessario è contemporanemente presente nelle migliaia di sezioni sparse in tutta la penisola, gli uffici elettorali dei comuni, le prefetture e il Ministero dell'Interno restano aperti per due giorni consecutivi notte inclusa.
Le operazioni di voto sono condotte seguendo una serie di controlli piuttosto scrupolosi, sotto gli occhi di impiegati comunali, rappresentanti di lista e forze dell'ordine.
Il numero di votanti viene controllato, oltre che dal Ministero attraverso gli impiegati, anche dai Carabinieri, a orari diversi rispetto a quelli delle comunicazioni ufficiali.
Alla fine tutto il pacchetto di schede e i verbali, in doppia copia, vanno a finire alla cancelleria del Tribunale mentre il Governo, che attraverso il Ministero ha il compito di organizzare tutto, cautelativamente non ci mette mano.
Con tutta la buona volontà, dato che i militanti hanno solo quella e non uno stipendio, come può un partito seppure ben organizzato pretendere di evitare intoppi o contestazioni?
La falla delle primarie è non solo questa, e sarebbe già grave, cioè non conoscere alla fonte il corpo elettorale, ma anche aggiungere il voto dei sedicenni e degli stranieri, di cui è possibile controllare sì e no la tessera dell'ATAC.
I comitati di garanzia sono composti da un pugno di iscritti; le verifiche necessarie, quelle per cui lo Stato impiega e paga migliaia di persone, sono del tutto al di fuori delle loro possibilità.
E anche se queste possibilità le avessero, cosa dovrebbero fare? Non ci sono appigli nello Statuto e nel Codice Etico del PD contro il voto degli immigrati pagati, a meno di non beccare in flagrante il candidato che gli dà i soldi, che è come trovare un assegno per Ruby R. pagato da Silvio B.
Potete magna' tranquilli, come dicono dalle mie parti.
È chiaro che se quello che vince prende l'ottanta percento c'è poco da discutere, siamo tutti compagni che bello che bello, ma se le cose vanno come a Napoli chi perde comincia ad attaccarsi a tutto, agli stranieri, ai camorristi, ai bassoliniani e a quelli del PDL che passavano di lì per caso.
Nessuno discute i quattro a zero, mentre tutti protestano per l'uno a zero con rigore al novantesimo, anche se il rigore è grosso come una casa; è umano, e quindi anche democratico.
Le primarie però non sono solo un disastro organizzativo
Un merito di cui si parla poco lo hanno: sono una fonte cospicua di finanziamento del Partito.
Il problema dei soldi per un partito come il mio è praticamente Il Problema, specialmente quando quello avversario i soldi li ha per sé stesso e altri sei o sette.
Il costo della politica, in termini di manifesti e volantini, è piuttosto contenuto, con un po' di sacrifici ci si riesce, e qualche sponsor per le feste dell'Unità si rimedia sempre.
Il vero dramma è l'affitto delle sezioni, e non stranamente molte di esse, anche storiche, hanno dovuto chiudere o fondersi, in particolare nelle grandi città dove anche un sottoscala con topi viaggia sui mille Euro al mese.
La soluzione che preferisco è una di quelle cose che con gli anni è diventata sinonimo del Male: il finanziamento pubblico.
Immagino attacchi di orticaria e rinite in qualche lettore, ma il principio alla base del finanziamento pubblico è chiaro come il sole: se la politica non è un mestiere la può fare solo chi ha già un altro mestiere che gli rende abbastanza.
Ci era arrivato perfino Pericle quei venticinque secoli fa, malgrado molti siano convinti che sia stato inventato da Craxi (me l'ha detto come al solito lui, Atene nel V secolo non è il mio terreno).
Senza finanziamento possono resistere due tipi di partiti: quelli che hanno un Paperone alle spalle, e già ne abbiamo uno, e quelli fatti con i "Mi piace" su Facebook.
Che a me non piacciono per niente.
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04 gennaio 2011
Cose che forse vi siete persi
Prima che ci fossero gli eventi su Facebook, prima di Last.fm, prima delle newsletter, prima che il Circolo degli Artisti si trasferisse a via Casilina, era molto meno facile sapere chi suonava in giro per la capitale.
Serviva fortuna, qualche amico ben inserito, magari un posto dove bene o male qualcosa si strimpellasse comunque.
Avrete intuito dall'introduzione che si tratta di un post da vecchi, e infatti lo è.
Il Metropolis era un locale che stava a via Rasella, proprio quella dell'attentato che causò la rappresaglia della Fosse Ardeatine.
Era un posto che oggi non passerebbe neanche un controllo di sicurezza dei vigili di un paesello della Guinea Bissau, e lo sapevamo già allora, ma c'erano due buonissime ragioni per cui del pericolo ce ne infischiavamo.
La prima era che la tessera, ché se ne gli anni '90 non avevi la tessera non eri nessuno, costava cinquemila lire al mese.
Potete invocare l'inflazione, il potere d'acquisto dei salari, l'Euro o quel che volete, ma cinquemila lire al mese erano comunque niente.
La seconda è che c'era un live tutte le sere, ma tutte tutte.
Certo, per avere il cartellone sempre pieno si doveva accettare qualche compromesso;
c'erano diverse volte che quelli sul palco avrebbero meritato bottigliate alla Blues Brothers, o cover band di gente che ti stava sul cazzo anche in originale, ma tanto era praticamente gratis, e a caval pagato poco non guardi molto in bocca.
Il locale era a due piani: al piano terra c'era il bar, e a quello interrato la sala concerti.
I due spazi erano collegati da una scala talmente stretta da non passarci in due, e che avrebbe impedito qualunque eventuale tentativo di fuga, per fortuna mai sperimentato.
La sala concerti, anche se sala è una parola grossa, aveva a destra una serie di panchette e a sinistra delle nicchie dove c'era un tavolino.
Arrivando abbastanza presto si poteva star lì a fumare (si poteva), fumare cose molto aromatiche (non si poteva ma ogni tanto passava uno ad avvisare che ce stanno 'e guardie), bere seduti.
Il bere era forse l'esperienza che più contraddistingueva il locale.
Ovviamente si doveva passare per il bar, e lì c'era la vera star del metropolis, il barista.
Immaginate un tizio abbastanza somigliante a Frank Zappa, sempre vestito con jeans nero e cappello nero, sempre con la stessa espressione.
Si raccontava che qualcuno l'avesse anche sentito parlare, e infatti a me era capitato, perché una volta mi corresse il nome della birra che avevo chiesto.
La birra che poi era l'unica disponibile al bar, tale XXXX, una terrificante australiana che andava pronunciata four exes.
Un giorno il Metropolis chiuse, senza concertone d'addio, senza tutto gratis finale, da un giorno all'altro la serranda era chiusa, e anche se non sono passato di recente a controllare non ho mai saputo se al posto di quel mitico locale sia mai stato aperto qualcos'altro.
Girarono infinite leggende sul motivo della chiusura, una più bislacca dell'altra, ma alla fine il perché non l'abbiamo mai saputo.
Un post da vecchi non sarebbe tale senza l'aneddoto, e quindi mi accingo.
Una sera suonavano gli XO War, band metal che poi mi è capitato di rivedere anche su altri manifesti all'epoca, ma che io e i miei amici, che con il genere non ci facevamo granché, non avevamo mai sentito nominare.
C'era un sacco di gente, e in una pausa del concerto il batterista, completamente sudato fradicio e praticamente nudo, imboccò nella nostra nicchia urlando "aoh, nun state a poga' pe' 'n cazzo, li mortacci vostra!".
Poi tornò a suonare, proponendo come bis la cover di Territorial Pissing dei Nirvana.
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Etichette: Roma come Manchester
28 dicembre 2010
2010 in una foto

Trovato per caso in mezzo a carte varie, con quel "+2" che lo fa sembrare la lista di una festa.
E va benissimo così.
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10 dicembre 2010
Chemical Chaltrons: Unforgettable Water

Alla fine ce l’hanno fatta! Nonostante il sequestro cautelare dello studio di registrazione, perché privo della concessione edilizia, nonostante il boicottaggio posto in essere dalla loro stessa casa discografica, che in gran segreto aveva gettato anzitempo il master del loro nuovo lavoro all’interno della discarica di Terzigno, e nonostante il fronte comune della stampa specializzata, che aveva posto divieto di pubblicazione di qualsivoglia recensione a loro dedicata, è finalmente uscito “Unforgettable Water under The Joshua Tree”, il secondo album dei Chemical Chaltrons.
Quello che l’Associazione Critici Musicali e L’Ente Internazionale Per Le Missioni Spaziali hanno definito “il primo gruppo che dovrebbe suonare sulla Luna… Per risparmiare la Terra”, ritorna prepotentemente sulle scene a quattro anni di distanza dall’enigmatico esordio “Hey Girl, hey Girl” (adesso reperibile solo presso alcune stazioni di servizio Q8).
Una lunghissima pausa di riflessione spirituale (molto apprezzata dai fans) che conduce il duo più ectoplasmatico della scena underground tirrenico/capitolina lungo percorsi intimistici, visionari e carenti di segnaletica, alla ricerca ossessiva di sonorità sperimentali (e prive dei requisiti di legge) ma sopratutto alla ricerca disperata di una donna, come sta a testimoniare il singolo d’apertura “Fucking on heaven’s door”.
Tra frustate di chitarre inesistenti e propulsioni sintetiche post-atomiche Antobel&Numero6 ci regalano (perché comprarli?) 12 episodi di puro delirio gastrointestinale, all’insegna di arrangiamenti delinquenziali tra nuclear-metal, industrial-punk e cannibal-liscio, sapientemente dosati dalla produzione artistica del leggendario Brayan Ino (storico produttore del sosia di Sting nonché, a tempo perso, stimato parcheggiatore abusivo presso l’ospedale Fatebenefratelli di Roma).
Una riconferma inaspettata… Ai limiti del codice penale!
Dicono di loro:
"Non abbiamo ancora avuto il tempo materiale di ascoltarlo" (New Musical Express)
"Notevole la commessa che ce lo ha venduto" (Rockstar!)
"Meglio di una colica renale" (Mucchio Selvaggio)
"...Ma perché…Ce lo avete spedito??" (Guitar Club)
"I Chemical chi? Ah, quei deficienti" (Rockerilla)
"Ma non doveva esserci una birra in omaggio col cd?" (Rolling Stone)
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25 novembre 2010
Scriverselo su un foglietto, tenerlo sempre in tasca
"It is a most extraordinary thing, but I never read a patent medicine advertisement without being impelled to the conclusion that I am suffering from the particular disease therein dealt with in its most virulent form. The diagnosis seems in every case to correspond exactly with all the sensations that I have ever felt.
I remember going to the British Museum one day to read up the treatment for some slight ailment of which I had a touch — hay fever, I fancy it was. I got down the book, and read all I came to read; and then, in an unthinking moment, I idly turned the leaves, and began to indolently study diseases, generally. I forget which was the first distemper I plunged into — some fearful, devastating scourge, I know — and, before I had glanced half down the list of "premonitory symptoms," it was borne in upon me that I had fairly got it.
I sat for awhile, frozen with horror; and then, in the listlessness of despair, I again turned over the pages. I came to typhoid fever — read the symptoms — discovered that I had typhoid fever, must have had it for months without knowing it — wondered what else I had got; turned up St. Vitus's Dance — found, as I expected, that I had that too, — began to get interested in my case, and determined to sift it to the bottom, and so started alphabetically — read up ague, and learnt that I was sickening for it, and that the acute stage would commence in about another fortnight. Bright's disease, I was relieved to find, I had only in a modified form, and, so far as that was concerned, I might live for years. Cholera I had, with severe complications; and diphtheria I seemed to have been born with. I plodded conscientiously through the twenty-six letters, and the only malady I could conclude I had not got was housemaid's knee."
(Jerome K. Jerome, Three Men in a Boat, 1889)
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15 ottobre 2010
The north side
Per scrivere un post su un concerto degli U2 bisogna premettere che su questo blog non sarebbe la prima volta che parlo dei quattro irlandesi. Una volta ho raccontato i sordidi retroscena del viaggiare per concerti, una volta mi sono dedicato all'esegesi, e poi li ho infilati in tanti altri post.
Per scrivere un post su un concerto degli U2 bisogna tenere a mente che sono in giro da trent'anni, che fanno un sacco di concerti, e che quindi averli visti dal vivo potrebbe non essere una cosa che hai fatto solo tu.
Per scrivere un post su un concerto degli U2 devo per forza ricordare che circa dieci anni fa entrai nell'oscuro tunnel dei socialcosi, che noi chiamavamo newsgroup, cercando proprio notizie su di loro. Quello che scrivevi non lo potevi cancellare, non avevi idea di come fossero fatti i tuoi interlocutori, scambiavi qualche parola solo di notte per non occupare la linea, la ricerca su Google Groups non c'era. Era it.fan.musica.u2, e, come dice il mio amico Sacher, ci è servito.
Per scrivere un post su un concerto degli U2 bisogna saper fronteggiare chi non solo ti dice che c'è gente che è andata a sentire gli Interpol e poi se n'è andata, ma soprattutto il fatto che pensa sia una battuta che fa ridere.
Per scrivere un post sugli U2 bisogna malinconicamente prendere atto che non c'è più la mezza stagione, bisogna fare spazio ai giovani, Fini è una persona perbene e gli U2 sono morti con The Joshua Tree.
Non è una recensione, è la spiegazione dello zio squinternato al nipote.
Li ho visti nove volte, ho tutto quello che hanno inciso, voi che leggete siete una specie di Dante, io Virgilio.
Prima di iniziare un piccolo dizionario.
Leg significa gruppo di concerti consecutivi in un continente, ed è femminile; i tour si chiamano al maschile senza la parola tour; le canzoni e gli album si chiamano con dei nomignoli o degli acronimi.
Prima ci sono gli Interpol, un gruppo che mi piace talmente tanto da convincermi ad andare in un campo di sterpaglie a Fiumicino per sentirli la prima volta, e va da sé che la notizia che avrebbero accompagnato gli U2 per buona parte della leg europea mi era piuttosto gradita.
Per una canzone e mezza è come se stessero suonando a Morlupo, poi qualcuno va a svegliare il fonico e le cose migliorano sensibilmente.
Solo quattro dal nuovo album, e purtroppo non le mie preferite, e cosa ancor peggiore solo un pezzo del disco precedente.
Dieci canzoni, tra cui Obstacle 1 e PDA che non sono mai da buttar via, e alla fine se la cavano bene, anche se a Firenze era stata tutta un'altra cosa.
Space Oddity: è la canzone di David Bowie che gli U2 hanno scelto per aprire il 360°. Nel Vertigo, quello prima, c'era Wake Up degli Arcade Fire. Per la cronaca gli U2 adorano Bowie.
Beautiful Day ("BD"): il primo singolo di All That You Can Leave Behind, che è il primo disco veramente brutto degli U2. La suonano praticamente sempre ed è ormai un loro cavallo di battaglia. Nelle leg precedenti aprivano con Breathe, dall'ultimo album. BD però dal vivo rende molto bene, e tutti urlano e saltano.
I Will Follow ("IWF"): IWF è "siamo sempre quelli di una volta". Da un bel po' di tempo, che io ricordi dal Popmart, gli U2 fanno una canzone dei loro primi album, quelli mezzi punk, come secondo pezzo. Può capitare questa o The Electric Co. A me vanno benissimo tutte e due.
Get On Your Boots ("GOYB") e Vertigo: le metto insieme perché sono i primi singoli degli ultimi due album, e soprattutto perché si somigliano molto, forse pure troppo. Sono due pezzacci radiofonici, di quelli che restano in testa ma non segnano. Però la folla giovane è felice, e tutti urlano uno dos tres catorce. Perfino io.
Magnificent: è la migliore dell'ultimo album, la canzone che mi ha fatto sperare che qualcosa di buono lo possono ancora tirare fuori. Per fortuna se ne sono accorti pure loro. Un inno alla femminilità e un brano arioso, mette allegria. Tipo Beautiful day, però più bella.
Mysterious Ways ("MW"): il secondo singolo di Achtung Baby ("AB"), su cui avevo scritto qualcosa in più e cioè che era la canzone che mi aveva tranqullizzato dopo lo spaesamento di The Fly. Con il tempo ho cambiato idea su The Fly, ma non su MW. Pezzo che nessun fan discute, sempre corredato da forme femminli in movimento, tempo fa con tanto di ballerina in carne e ossa. Poi la ballerina se l'è sposata The Edge.
Elevation: uuuuuuh uuuuuuh uuuuuuh. Scusate, non l'ho mai retta.
Until The End of the Wolrd ("Until"): uno dei pezzoni di AB, Edge che fa rumore come poche altre volte, Giuda che parla con Gesù e fornisce una firma per l'email in ogni strofa. Dal vivo è meno potente, ma va sempre bene.
I Still Haven't Found What I'm Looking For ("ISHFWILF"): è la canzone dal titolo ingestibile, secondo singolo di The Joshua Tree ("TJT"), con famoso video girato a Las Vegas, e ritornello facile che coinvolge la platea. Qui succede l'imprevisto, e lo stadio prende i colori della bandiera irlandese e compare la scritta One. Sono cartoncini alzati dal pubblico sulle tribune, un giochino simile a quello della cerimonia inaugurale di Mosca 1980, e non so neanche come mi sia venuto in mente questo esempio da vegliardo. La coreografia è stata organizzata da U2 Place, un sito di fan non nuovo a simili trovate. La band ne resta sinceramente colpita, tanto da intitolare il post sul sito ufficiale con la stessa frase detta da Bono.
Bad: Bad è "ma hanno fatto Bad?". Potete stare certi che, a qualunque fan raccontiate il concerto che avete appena visto, sentirete questa domanda. C'era uno che non mi ricordo che diceva addirittura che i concerti degli U2 si dividono tra quelli in cui suonano Bad e tutti gli altri. Perché? Perché è una canzone molto bella, perché ha una progressione melodica che trascina, partendo da ballad e finendo con gli urli, perché è una canzone cresciuta nel cuore dei fan, dato che incredibilmente non è uscita come singolo, e solo chi aveva l'album la conosceva.
Nella parte finale Bono si inventa ogni volta una diversa serie di dislocation isolation separation. Una volta provavo a stargli dietro a denti stretti, dato che non amo l'alterazione dei testi, mentre adesso dico una serie di "escion" a casaccio e pazienza.
Mercy: a-ha! Nel 2005 usciva How to Dismantle an Atomic Bomb ("Bomba"), e come ormai accade spesso qualche giorno prima c'era il leak. I leak degli album sono in genere versioni a cui manca l'ultima passata, quindi diversi in alcuni dettagli da quella che sarà la versione finale. Nel leak della Bomba c'è Mercy, una canzone che conquista subito, che sembra scritta quindici anni prima. Quando la Bomba esce però Mercy non c'è. Cos'è successo? Dov'è finita? Partono teorie bislacche, si spera in un lato B, gli U2 ne negano l'esistenza, ci rassegnamo tutti quanti. Poi, in questa leg, Mercy improvvisamente risorge, presentata dai nostri quattro paraculi come pezzo nuovo. A dire la verità dal vivo non è che suoni questo granché, le strofe ce la farebbero pure ma il ritornello è fiacco. Però essere tra i pochi che la canticchiavano è stata comunque una soddisfazione.
In a Little While ("IALW"): IALW è una lagna, un pezzo che per ripicca mi sono sempre rifiutato di imparare. Nel concerto serve al classico siparietto di Bono che pesca una fanciulla e se la porta in giro sul palco. La fortunata si chiamava Francesca, e portava dei deliziosi cornetti rossi come Bono ai tempi di Mister McPhisto. Mi resta il dubbio che Francesca ai tempi di McPhisto non fosse neanche nata, mentre io già ero attratto dal modello socialdemocratico.
Miss Sarajevo: è un pezzo che rappresenta un punto chiave della carriera degli U2, quando decisero di trasmettere in diretta immagini dalla capitale della Bosnia sotto assedio durante i loro live. Scelta controversa, come tutte quelle che riguardano la spettacolarizzazione di una tragedia. Bono canta il pezzo che fu di Pavarotti ("disce che fiume") in maniera accettabile. È una canzone da accendini, o oggi più correttamente da telefonini. Il che è sicuramente meno poetico, ma ha l'indubbio vantaggio di non farti passare la canzone successiva con il pollice in bocca come Linus.
City of Blinding Lights ("City"): City non è amata da tutti, ma io la adoro. Un quaranticinquenne che gira di notte e si chiede se questo modo di vivere gli appartenga ancora, se il tempo cambi tutto o solo la superficie. Negli ultimi due tour ha lo scopo di accendere le luminarie, e mostrare al pubblico cosa è in grado di fare quel mostro di palco che abbiamo pagato così caro.
I'll Go Crazy If I Don't Go Crazy Tonight ("Crazy"): Crazy sarebbe una delle mie preferite dell'ultimo album, sarebbe perché dal vivo viene spesso proposta in una versione che abbiamo ribattezzato "tamarra". Un remix discotecaro con tanto di citazione di due pezzi dei Frankie Goes to Hollywood che non sono ancora riuscito a digerire, e così mentre tutti ballano io penso che quando dice "it's not a hill it's a mountain" dovrebbero avere i lucciconi. Ma un giorno capiranno, hai voglia se capiranno.
Sunday Bloody Sunday ("SBS"): e che volete che vi dica? La protest song degli U2 per eccellenza, quella che quasi tutti conoscono per la versione live di Under a Blood Red Sky ("this song is not a rebel song, this song is Sunday Bloody Sunday"), divenuta con mio sommo sbigottimento una hit da ballo. Immarcescibile.
MLK: è un breve spiritual dedicato a Martin Luther King, esattamente come Pride e sullo stesso album, ma meno nota.
Nel 360° serve a introdurre Walk On.
Walk On: Walk On è la canzone dedicata ad Aung San Suu Kyi, la politica birmana che il regime militare locale ha condannato ad arresti domiciliari che sono di fatto più simili a una vera e propria reclusione. È il pezzo che serve a pubblicizzare Amnesty International, di cui gli U2 sono sostenitori da più di vent'anni.
One: per chi è più giovane di me One è la canzone che simboleggia gli U2, un po' perché è un pezzo semplice e accattivante, un po' perché loro lo suonano ogni volta che escono di casa. In questo tour viene introdotta da un monologo del reverendo Tutu che fa sorridere per il fortissimo accento africano dl suo inglese. Per me potrebbero anche non farla, ma il pubblico si incazzerebbe. Il pubblico fondamentalmente ha sempre ragione.
Where the Streets Have No Name ("Streets"): Streets è "ecco perché siamo qui". Il pezzo live che quando non faranno più vorrà dire che non esistono più. La sua esecuzione è la stessa da anni: comincia Edge, poi si accendono tutte le luci, e poi all'inizio del bridge si riaccendono tutte di nuovo. Braccia in alto, bandiere sarde che non mancano mai, e negli ultimi anni Bono ha perfino ricominciato a dire "hold me inside", come il testo originale, invece di "hold me tonight".
Hold Me Thrill Me Kiss Me Kill Me ("HMTMKMKM"): è la canzone scritta per la colonna sonora di Batman Forever. A questo punto del concerto Bono rientra con una giacca a led rossi e un microfono a forma di volante appeso a un cavo lunghissimo. HTTMKMKM è precisa tra Zooropa e Pop, e li contiene entrambi. Nelle leg precedenti al suo posto c'era Ultraviolet, che sarebbe di qualche ordine di grandezza superiore, però non è che si può avere tutto, e resta comunque il momento scenograficamente più bello del concerto.
With or Without You ("WOWY"): è la canzone che ha reso famosi gli U2 in tutto il pianeta, primo singolo di TJT. Tutti la cantano, tutti si abbracciano. Dal vivo spesso Bono aggiunge due strofe alla fine, che annacquano il testo un po' morboso della canzone. Non mi piacciono, guardo chi le canta con disapprovazione.
Moment of Surrender ("MOS"): è una lagna, e per giunta una ricorrente, perché secondo me è la terza parte di una lagna di venti minuti che inizia con Stuck in a Moment You Can't Get Out of e procede con Sometimes You Can't Make It on Your Own. Purtroppo le canzoni sono anche più lunghe dei titoli. Serve a capire che è ora di andare a casa.
Edge in ottima forma sin dall'inizio.
Bono con voce bella piena ma un po' esistante sulle tonalità alte.
Serata fresca con qualche nuvolone minaccioso nel finale, però niente pioggia.
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01 ottobre 2010
L'ingegnere
(Premessa d'obbligo, questo è un post lungo, con noiosi riferimenti legislativi, poco interessante per chi non vive a Roma. Si parla del mitico Grande Raccordo Anulare, che i romani chiamano più brevemente e' Raccordo, e così lo chiamerò anche io)
In Italia, ma in realtà in tutto il mondo, le strade sono classificate.
Le strade comunali sono quelle dove tutti noi abbiamo casa, e se ne occupa il comune, le strade provinciali (SP) sono quelle che vanno da un comune all'altro, e se ne occupa la provincia, le strade regionali (SR) sono quasi tutte ex statali che con il trasferimento delle competenze sono passate in gestione alle singole regioni, le statali (SS), che una volta erano moltissime, sono gestite dallo stato attraverso l'ANAS, azienda che è un pezzo del fu Ministero dei Lavori Pubblici, oggi Ministero delle Infrastrutture e Trasporti.
Al vertice della classifica ci sono le autostrade, che hanno una A davanti, e che hanno diversi gestori; la stragrande maggioranza è in mano ad Autostrade per l'Italia, già Società Autostrade, privatizzata anni fa in modo non esente da qualche critica.
Poi ci sono un pugno di piccoli gestori, come nel caso della Torino Trieste (A4) che ne ha ben cinque, e poi anche qui c'è l'ANAS.
È facile capire quali autostrade sono in gestione ANAS: sono quelle che non si pagano, e per la precisione il Grande Raccordo Anulare (A90), la Roma Aeroporto di Fiumicino (A91) e la famigerata Salerno Reggio Calabria (A3), più un po' di autostrade siciliane.
Sul Raccordo spendo qualche parola.
Immagino che tutti saprete cos'è, e cioè una strada circolare che gira tutt'intorno a Roma.
Concepita dall'ANAS subito dopo la guerra, all'inizio era una C rovesciata, e non comprendeva la parte ovest, all'epoca quasi del tutto campagna.
Per molti anni il raccordo è stato una statale, di nome SS GRA, poi elevato al rango di autostrada negli anni '90.
Il cerchio venne chiuso negli anni '70, e non è mai stato amato dagli urbanisti, che vedevano in una simile forma una specie di confine della città.
Il Raccordo non è più un confine in realtà da decenni, tranne che per quelli che pensano che Centocelle sia periferia, ma è gente di cui non mi occupo.
Era necessario il Raccordo? Sono tentato di rispondere di sì.
Tra gli infiniti problemi di Roma c'è il suo enorme e angusto centro, difficile da attraversare in auto e del tutto intoccabile dal punto di vista strutturale, essendo bene culturale anche l'ultimo dei mattoni.
Lo so che per chi non vive qua il mio può sembrare un atteggiamento curioso, ma per la banale vita quotidiana, andare a lavorare, fare la spesa, il centro è una palude da attraversare in tacco 12.
Siccome lo sappiamo abbiamo fatto una serie di tentativi: la Togliatti, la tangenziale, l'Olimpica, e ovviamente il Raccordo. Tutta la storia urbanistica di Roma nel dopoguerra non è nient'altro che un lunghissimo tentativo di aggirare il centro, con l'aggiunta di un paio di linee di metro.
Lasciando da parte la storia, il punto è che oggi il Raccordo è imprescindibile per qualunque movimento dentro la città.
Frasi come "co' Raccordo fai prima" o "me tocca fa e' Raccordo" vengono pronunciate dai romani almeno un paio di volte al giorno.
Molti, forse la maggior parte di chi vive in questa città, non avrebbero idea di come andare dalla Casilina all'Ostiense passando per il centro, mentre sa farlo con il Raccordo.
Conoscerlo, per tutti noi romani, è come imparare le tabelline alle elementari: se non le sai rimani impedito per tutta la vita.
E allora, questa A90 si dovrà pagare o no?
Qui devo rimandarvi al decreto legge 31 del 31 maggio di quest'anno, che poi altro non è che la finanziaria.
Ne riporterò qualche brano, quelli che contano.
"1. Entro quarantacinque giorni dall'entrata in vigore del presente decreto-legge, (...), sono stabiliti criteri e modalità per l'applicazione entro il 30 aprile 2011 del pedaggio sulle autostrade e sui raccordi autostradali in gestione diretta di ANAS SpA, in relazione ai costi di investimento e di manutenzione straordinaria oltre che quelli relativi alla gestione, nonché l'elenco delle tratte da sottoporre a pedaggio
2. In fase transitoria, a decorrere dal primo giorno del secondo mese successivo a quello di entrata in vigore del presente decreto e fino alla data di applicazione dei pedaggi di cui al comma 1, comunque non oltre il 31 dicembre 2011, ANAS S.p.A. è autorizzata ad applicare una maggiorazione tariffaria forfettaria di un euro per le classi di pedaggio A e B e di due euro per le classi di pedaggio 3, 4 e 5, presso le stazioni di esazione delle autostrade a pedaggio assentite in concessione che si interconnettono con le autostrade e i raccordi autostradali in gestione diretta ANAS (...). Le maggiorazioni tariffarie di cui al presente comma non potranno comunque comportare un incremento superiore al 25% del pedaggio altrimenti dovuto
3. Le entrate derivanti dall'attuazione dei commi 1 e 2 vanno a riduzione dei contributi annui dovuti dallo Stato per investimenti relativi a opere e interventi di manutenzione straordinaria anche in corso di esecuzione."
La parte in grassetto l'ho messa io, perché quella data è stata aggiunta con il Decreto Legge 125, detto "Decreto Tirrenia". A significa moto, B macchine, gli altri sono camion.
Cosa vuol dire questa roba? Vuol dire che i tratti autostradali dell'ANAS devono diventare a pagamento, e anche con una certa fretta.
Nel frattempo, dato che per realizzare i nuovi caselli potrebbe volerci un bel po', l'ANAS può prendersi un aumento proprio su quei caselli che vanno verso il Raccordo, che sarebbero Fiano e Monte Porzio, cosa che ha prontamente fatto.
La barzelletta sul completamento della Salerno Reggio, 450 chilometri con vari tratti di montagna da fare in tre anni, alla luce di questo decreto diventa quasi una presa in giro.
È giusto pagare il Raccordo? Come potete vedere la questione non sta lì, ma nel compensare i soldi che lo Stato non darà più all'ANAS, cosa che equivale pagare una tassa, come ormai anche i più fessi dovrebbero aver capito.
Questo ai romani non piace, per la banale ragione che a nessuno va di pagare una cosa che prima non pagava.
Portare l'obiezione che la tangenziale cittadina, definita in qualunque modo si voglia, in altre città si paga è del tutto irrilevante.
Ci sono città pure città dove si paga l'Ecopass. Dovremmo per questo mettere l'Ecopass a Bari o a Cagliari? Non pagare i parcheggi perché non si pagano a Latina?
Permettetemi di introdurre un parallelo.
La Congestion Charge, la tassa che deve pagare chiunque entri nel centro di Londra, e che costa la cifra non trascurabile di 8 sterline al giorno, viene scontata del 90% ai residenti di Kensington e Chelsea, che non è propriamente un quartiere operaio.
Questo avviene perché gli elettori del borough, che è come un municipio romano ma con più poteri, chiedono ai loro rappresentanti di fargli pagare meno tasse, come piace a tutti, e i rappresentanti rispondono agli elettori, non a un'ipotetica giustizia sociale delle tangenziali.
I politici romani, dal Campidoglio a Montecitorio, cercano, o dovrebbero cercare, di fare questo, gli interessi di chi li elegge, in particolar modo quando l'alternativa è mettere una toppa a dei tagli che per me sarebbero sbagliati anche senza contropartita.
È altresì divertente che il partito di maggior successo elettorale del nord, che ha costruito buona parte delle sue fortune urlando contro i soldi che vanno a Roma, trovi da ridire quando la stessa cosa viene fatta più a sud.
Il sindaco sa bene che l'eventuale pedaggio sul Raccordo manderebbe a zero le sue possibilità di rielezione, perché un romano può infischiarsene della metro, del tunnel di Monte Mario, della stazione Tiburtina, ma del Raccordo no.
Più su non ho scritto "dovrebbero" a caso, perché al contrario dei miei ragionamenti il sindaco Alemanno ha invece deciso di non fare proprio niente, come racconta il presidente dell'ANAS.
L'unico che ha tentato di fare qualcosa è stato il presidente della provincia, Zingaretti, che con un ricorso al TAR, poi confermato dal Consiglio di Stato, è riuscito ad annullare gli effetti del secondo comma; non potrà però più fare nulla contro il primo, dopo la sua approvazione alla camera.
A questo punto, mentre l'ANAS prepara il suo modernissimo sistema senza quelle barriere che sarebbero insostenibili per costi e traffico, io posso iniziare a immaginarmi il romano medio che si imbottiglia a via di Tor Tre Teste per non pagare i 50 centesimi del tratto Prenestina Tuscolana.
Ascoltando qualche radio che gli dice che "so' tutti uguali".
Buona fila.
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