Il presidente della regione Lazio, il presidente della provincia di Roma, il sindaco di Roma, l'ex sindaco di Roma e il capogruppo al senato del Popolo delle Libertà hanno appena rilasciato dichiarazioni di solidarietà.
Ai manifestanti iraniani? No, a Totti.
4 luglio 2009
Questo è ℝ
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22 giugno 2009
Lo spiego in modo più semplice possibile
Signori, oggi si parla di Iran, un posto con una lunghissima storia, chi potrebbe dire di non averne mai sentito parlare?
La storia dell'Iran è molto semplice: ci sono stati un paio di imperi con nomi strani, tipo achemenide e sasanide, che avevano come hobby quello di perdere battaglie contro i greci.
Per circa duemila anni non è successo niente, poi c'è stato un re un po' stronzo che circa trent'anni fa è stato rovesciato da una rivoluzione di preti fascisti.
(le parole "prete" e "fascista" sono usate indifferentemente in questo post, essendo per chi scrive più o meno dei sinonimi)(Iran significa "paese degli Ariani", guarda un po' che coincidenza).
Per farla breve lì funziona così: c'è un consiglio di preti, non eletto, che controlla l'esercito e i servizi segreti, e in più decide chi può essere ammesso alle cariche elettive.
Le cariche elettive sono il presidente e il parlamento, che hanno un funzionamento abbastanza simile a quello occidentale, anche se in un'architettura del genere la loro rilevanza è gravemente menomata.
Le cariche elettive hanno importanza per quanto riguarda l'economia e soprattutto il petrolio, unica vera fonte di sostentamento, dato che i produttori di tappeti, che erano l'altro pilastro dell'economia, ora sono tutti a Roma e perennemente in liquidazione.
Il fattore sicurezza è piuttosto importante perché al di là di un normale esercito e una normale polizia l'Iran ha delle milizie aggiuntive, diretta emanazione dei preti: una sono i Pasdaran, vero e proprio esercito parallelo, e l'altra sono i Basij, che hanno conquistato la ribalta oggi anche se sono sempre esistiti.
I Basij sono dei volontari disarmati (teoricamente), che vengono addestrati alla carlona e buttati lì quando serve per questioni di sicurezza.
Sono insomma dei "volontari per la sicurezza", una cosa che in una democrazia non si è mai sentita.
Alle ultime elezioni si candidano Ahmadinejad, il presidente uscente, il capo di stato più trucido che si sia mai visto, e altri tre candidati. La parte riformista del paese decide di convergere su Mousavi, un moderato del tutto organico al regime, ma meno impresentabile dell'altro.
Ahmadinejad prende circa il 65%, alcune cose non sono molto chiare, insomma l'altra parte non ci sta ed esplode il casino.
Non è la prima volta che in Iran scattano ribellioni contro il regime fascioclericale, ma la differenza è che questa ribellione è armata di Twitter, e quindi rilancia slogan ed episodi al di fuori del territorio nazionale.
Cerco di fare ordine, perché dell'Iran ci frega qualcosa?
L'Iran è una dittatura, non è una democrazia, e non lo è mai stata.
È solo qualcosina in meno della Cina o della Birmania, ma comunque un paese lontanissimo da quello che per noi è "civiltà".
Eppure la Cina e la Birmania esistono, nessuno le minaccia se non a parole, e così esistono Cuba o la Corea del Nord.
Dell'Iran ci interessa (leggere "interessa ai nostri governi") la politica estera, e in particolare il presunto programma di armamento nucleare.
Perché quello che vuole l'Iran è fare la potenza regionale, non ci vuole un genio per capirlo, e non ci vuole un genio per capire che se lo può permettere da quando gli americani gli hanno gentilmente tolto di mezzo la contrada rivale, l'Iraq di Saddam.
Che beninteso era un altro posto di merda, ma nascere da quelle parti è iella, lo sanno tutti, e anche se il kebab è più buono sempre iella è.
Se domani arrivasse il prete capo a dire "abbiamo scherzato, aveva vinto quell'altro", che facciamo? Esultiamo?
Mousavi non mette in discussione la repubblica islamica, e neanche il nucleare, che a essere precisi non è sotto il suo controllo, ma di quello dei preti.
Non mette in discussione l'esistenza e l'uso dei paramilitari, che oggi picchiano e uccidono i suoi, ma domani potrebbero farlo con chiunque altro.
E questo perché quelle squadracce non stanno lì a difendere un candidato o l'altro, ma stanno a difendere la repubblica islamica, il regime dei preti fascisti.
E se vi siete impressionati per la ragazza qualunque che muore in strada avete fatto un passo avanti verso l'ovvio.
Perché si muore così, gli occhi vanno indietro perché il nervo ottico non funziona più, il sangue esce dalla bocca per il proiettile che le ha sfondato i polmoni.
E perché così riconosciamo i cattivi, perché così gli italiani di sessanta anni fa hanno fatto per capire chi erano quelli a cui sparare senza indottrinamento ideologico, perché i fascisti ammazzavano la gente.
E non c'è bisogno di Youtube, basta leggersi Persepolis di Marjane Satrapi (dai che è solo un fumetto, ce la fate).
Rilanciate pure i filmati, ma rilanciateli a quel fighettume di sinistra da sempre indulgente con il regime degli ayatollah, un po' perché antimamericano, un po' perché i comunisti iraniani, che si chiamavano Tudeh, inizialmente lo sostennero, finendo tutti come carne di porco, come si merita che si allea con i fascisti.
E se non fosse che non sono buono neanche a tirare le miccette a Capodanno, l'unica cosa che farei sarebbe andare ad armarli, quei pochi democratici rimasti lì.
Sembra che l'unico metodo che funzioni sempre sia quello messo a punto da un noto inventore francese, Maximilien Robespierre, poi applicato in altri casi simili, anche se uno spera sempre di sbagliarsi.
Per l'Iran allora proporrei una versione moderna del metodo Robespierre, che potrebbe essere applicato soltanto ai primi tre o quattro casi, essendo i fascisti generalmente dei vigliacchi.
A quel punto, una volta rimesse a posto le cose, il simpatico clero tornerebbe a fare quello che sa fare meglio in tutto il mondo: rompere le palle a chi scopa prima del matrimonio.
Restando generalmente inascoltato.
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15 giugno 2009
4,80% is wrong
Non esistono foto di Luisella Costamagna nuda, fatela finita.
Lo so pure io che è bella, però non ci sono.
Neanche se le chiedete a Zappadu.
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13 giugno 2009
21,06% can't be wrong
La capitale della Mongolia è Ulan Bator (Улаанбаатар, trascr. Ulaanbaatar)
(che mi dispiace che arrivate qui e non trovate risposta).
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5 giugno 2009
19 maggio 2009
Pioneer
Tra pochi giorni nel Lazio ci sarà il switch-off o il lookupswitch o una cosa del genere, che per quelli che non parlano da dementi vuol dire che il caro vecchio segnale dell'antenna va in pensione e si può usare solo il digitale terrestre.
Qualche giorno di utilizzo rigorosamente di mattina mentre faccio colazione e qualche impressione.
Quando si cambia canale ci vuole qualche secondo, come per i canali satellitari.
Per farsi capire meglio, se siete abituati al "premo bottone - nuovo contesto" alla Matrix, qui invece è più alla Lost, diventa tutto bianco, si sbarella un po' e poi cambia.
L'eventuale stronzata di Capezzone ve la dovete sentire fino alla fine.
C'è questo strombazzatissimo Rai4, che io pensavo fosse chissà cosa e invece fa vecchi film e vecchi telefilm come Melrose Place di cui speravo pensavo fossero andate bruciate perdute tutte le bobine.
C'è Repubblica TV che ha quattro programmi al giorno. Precisi.
C'è, grazie al cielo, BBC World.
BBC World ogni tanto ha un jingle dove c'è un mondo che gira e dei nomi di città che passano in mezzo.
Queste città sono solo ex colonie dell'Impero Britannico, e le notizie riguardano solo ex colonie dell'Impero Britannico.
L'epilogo della guerra civile in Sri Lanka lo seguivo lì da giorni.
C'è France 24 che mi ha consolato sullo stato del mio francese delle medie.
C'è un canale che si chiama Class News e non dico altro.
C'è un canale che si chiama Sportitalia e finora ci ho visto solo partite del campionato brasiliano.
E per finire c'è il Televideo. Anzi, no.
Premetto che io sono un amante del Televideo, mi piace quella grafica così Commodore 64, mi piace che le notizie debbano essere sintetizzate in poche righe senza editoriali di Galli Della Loggia o D'Avanzo, mi piace perfino cercare le previsioni del tempo in "Ligure e Tirrenico", come se Savona e Roma fossero la stessa cosa.
Capirete che avendo solo il tempo della colazione è una bella comodità.
Premi OK, poi premi "Televideo" (l'altra è "RaiLauncher", ignoro cosa lanci), e poi compare "Caricamento in corso".
Caricamento in corso??? Ma che è? Navigator del '96?
Non so come, il il Televideo del DTT è riuscito nella pressoché impossibile impresa di essere più lento di quello originale.
Aridateme er televideo vecchio, o per protesta guarderò solo Mediashopping.
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13 maggio 2009
Piccoli Massimi
"dissento, il pargolo fa tutto da solo, una sera ci annunciato che era sua intenzione essere romanista e di sinistra, mi si sono inumiditi gli occhi a pensare che vita di merda lo aspetta"
(frattaglia su FF)
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5 maggio 2009
Liberi Nantes season finale
Se qualcuno si stesse chiedendo il senso del titolo, faccio un breve riassuntino.
La Liberi Nantes è una squadra fatta di rifugiati, di gente a cui le cose nella vita sono andate leggermente peggio rispetto a quelli a cui non si apre GMail.
Giocano in terza categoria da "fuori classifica", cioè non possono essere promossi in seconda, ma i risultati e i cartellini contano e quindi, almeno per chi li affronta, è partita vera.
Sabato alle 16:30 ultima partita al Fulvio Bernardini, Pietralata downtown, pozzolana polverosa e guardalinee per caso, e poi grande festa.
Un'ottima occasione per capire perché la vita somiglia sempre al calcio e non al golf, per comprendere una volta per tutte il fuorigioco, e magari per dire una volta tanto in un campo da pallone che le razze esistono solo per i razzisti.
Mettetevi qualcosa di blu, anzi, mettetevi qualcosa del colore che vi pare, a noi dei colori non ce ne frega niente.
(segue obbligatoria mappa, qui più grande)
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4 maggio 2009
A piazza degli Zingari, per giunta
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10 aprile 2009
Barete (AQ)
Scrivo questo post senza sapere se il governo avrà deciso di accorpare la data del referendum con quella delle europee-amministrative, tanto mi tengo sul generale.
Ci sono pure un bel po' di link, quindi può essere lungo.
Ai bei tempi su Usenet si avvisava prima, quando c'era molto da leggere.
Il referendum in Italia ha delle regole, scritte nella Costituzione e piuttosto chiare.
Può essere chiesto da mezzo milione di elettori o da cinque consigli regionali, ed è soltanto abrogativo, cioè la legge deve già esistere, dev'essere già stata scritta e votata dal Parlamento.
E serve il quorum, la parolaccia latina che i costituenti si erano ben guardati dall'inserire nel testo dell'articolo 75, che significa semplicemente la maggioranza degli aventi diritto al voto.
Perché il referendum è regolato così?
Perché, nella visione dei costituenti, il referendum sarebbe servito solo nel caso ci fosse stato un vistoso contrasto tra il Parlamento, unico soggetto legiferante, e chi queste leggi avrebbe dovuto rispettare.
Il referendum non può essere chiesto da parlamentari, perché ovviamente l'opposizione ne chiederebbe uno al giorno.
È una formulazione che può essere discussa, come tutte le altre, nessuno dice che questa sia la forma migliore, io però continuo a fidarmi di più di De Gasperi o Nenni piuttosto che di Di Pietro.
Il requisito del 50% viene di conseguenza, perché la sovranità del Parlamento non può essere messa in discussione da quattro gatti.
Un comune che decidesse di cambiare la sede del mercato darebbe retta a quindici persone? No. A quindicimila? Forse sì.
La legge votata della maggioranza parlamentare eletta dei cittadini può essere messa in discussione da un'altra maggioranza, se c'è.
Oggi la discussione è sul referendum che modifica la legge elettorale.
Per farla breve, abolisce le coalizioni, cioè chi vince non è l'aggregato di partiti, PDL + Lega, o PD + IdV, ma il partito da solo.
Alle scorse elezioni avrebbe avuto quindi la maggioranza assoluta il PDL (senza Lega), a quelle del 2006 l'Ulivo (per chi se lo ricorda), senza rifondaroli (per chi se li ricorda).
Implicitamente, la vittoria del Sì costringerebbe i partiti più piccoli a mettersi in lista con i più grossi, facendo sparire il proprio simbolo.
A me pare una legge di gran lunga peggiore dell'attuale, che già fa schifo, ma molti dei sostenitori del Sì ritengono che modificata in questo modo farebbe talmente vomitare da obbligare il Parlamento a farne una migliore.
Speranzosi.
Chi vuole la vittoria del Sì chiede l'accorpamento delle date, perché le europee e le varie amministrative passano sempre il 50% di votanti.
Chi vuole la vittoria del No chiede la data per il solo referendum, forse il 14, perché pensa che il 50% dei votanti non sarà raggiunto.
In pratica, la fazione Sì spera nel traino delle altre elezioni, perché sa che di questo referendum non frega un cazzo a nessuno.
Il motivo per cui i referendum si sono sempre celebrati distintamente dalle elezioni è proprio questo: le altre elezioni falsano il quorum, che nei referendum è requisito tanto quanto la crocetta.
Quella dell'astensione a scopo di sabotaggio è quindi una posizione valida come le altre.
Se fosse un requisito quello di una percentuale del 50% di votanti con gli occhiali, i fautori del Sì comprerebbero legittimamente i Rayban fasulli dal senegalese.
Ci sarebbe l'ipotesi citata da qualcuno, quella del rifiuto della scheda referendaria.
Io faccio il presidente da un decina d'anni, e di gente che rifiuta la scheda non ne ho mai vista, quindi immagino la scarsa presenza di questi personaggi in una sezione elettorale, o forse in Italia.
È tanto strano che un cittadino trovi noioso andare a votare per una cosa di cui non gli frega niente?
O prolungare la sua presenza in sezione chiedendo quale scheda vuole e quale no?
I promotori dei referendum considerano sempre la loro posizione decisiva per le sorti dello Stato, salvo poi incazzarsi con i soggetti più improbabili quando vengono loro voltate le spalle, mai con se stessi.
Come diceva un leghista qualche anno fa, provate a fare un referendum sulle pensioni e poi vediamo se non si raggiunge il quorum.
A questo punto arriva il terremoto in Abruzzo, e i nostri scaltri promotori trovano una nuova scusa, per me, come già detto, ottima per vergognarsi.
Ci sono tutte le case rotte e buttiamo soldi per un referendum?
No, facciamo insieme così noi otteniamo il risultato e nel frattempo ci sono tanti soldini per le tende.
Al di là del fatto che in questo modo dimostrate che degli sfollati ve ne frega meno di zero, dato che la posizione la sostenevate anche prima, ma quella del costo è veramente l'obiezione più stronza che si possa fare a un esercizio di democrazia (come dice meglio lui).
Io pago delle tasse perché si possano gestire queste emergenze, e non sono disposto a sacrificare la forma democratica, perché drogare il numero di votanti è questo.
I soldi vengono sottratti ai terremotati? No.
Non esiste una voce di bilancio con scritto "disastri naturali e referendum", che se prendo a una devo togliere all'altra.
I soldi per la celebrazione delle elezioni sono sempre a bilancio, e se ne servissero un'enormità per ricostruire l'Aquila li prenderemo dalla Linea C della metropolitana, o dalla terza corsia della Salerno - Reggio Calabria, e non ci sarà niente di cui lamentarsi.
Quello che a me preoccupa è che nella concezione di qualcuno la prassi costituzionale sia soprassedibile, che quelli che sono i diritti di tutti vengano dopo la possibilità di pagare la cambiale.
Non abbiamo sospeso la democrazia per l'alluvione del Polesine o per il terremoto in Irpinia.
Gli inglesi hanno fatto le elezioni nel 1917 e nel 1944, durante due guerre, e nessuno si è sognato di non farle o peggio, di alterarne il senso.
Era necessario il referendum monarchia - repubblica quando il paese era in macerie?
Sì, lo era.
C'è sempre, in questo paese, una parte che pensa che certe cose siano sì utili, ma non poi così decisive, dimenticando quali sono i motivi per cui questi valori sono fondamentali.
Sono fondamentali perché senza non sarebbe stato possibile per i due maggiori quotidiani nazionali pubblicare foto di un altro terremoto, tenere in home page il Nostradamus del Gran Sasso fin quando il rumore delle risate non era diventato troppo forte (meglio qui), vaticinare sul numero di morti, vantarsi degli indici d'ascolto o parlare a vanvera di "strage annunciata" o "ritardo nei soccorsi", due delle tre frasi più abusate del giornalismo italiano (la terza è "manca solo la firma del giocatore").
Sono proprio questi diritti che abbiamo da sessant'anni che permettono cose come la Grande Tristezza Nazionale imposta, le facce finto contrite dei presentatori, la solidarietà urlata (meglio qui), la caccia a streghe inesistenti (meglio qui).
Veramente sareste disposti a sacrificare tutto questo?
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8 aprile 2009
Siamo uomini o scalfacosi?
L'idea per cui bisognerebbe accorpare il referendum sulla legge elettorale con le elezioni europee, per risparmiare qualche centinaio (*) di milioni, è, nel merito, strumentale al risultato del referendum.
Il fatto che bisognerebbe farlo perché servono soldi per l'emergenza in Abruzzo è, nelle motivazioni, semplicemente vergognosa.
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27 marzo 2009
Famo pure quaranta
"...perchè si sarebbe dovuta fare prima una riforma delle giungla dei poteri locali, coerentemente con l'art. 118 determinando le funzioni, essenziali e non essenziali, delle 21 regioni, delle 108 province, degli 8.400 comuni, delle 320 comunità montane..."
Vabbe', uno de meno.
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24 marzo 2009
Quali?
Titolo del Sole: Stupro della Caffarella, i due rumeni confessano.
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19 marzo 2009
Oltre gli elementi condivisi
Ieri Paul ha scritto un bel postone su Internet, credo intendendola come architettura basata sul TCP/IP, che poi è il nome che a noi informatici piace di più.
Potete essere d'accordo o meno su tanti punti, e anch'io non condivido proprio tutto, però la serie di riflessioni è molto sensata, e vale una lettura, anche dei commenti che ne sono seguiti.
(Ricordate sempre che quando un post è scritto bene lo sono, con rarissime eccezioni, anche i suoi commenti).
La parte che mi piace di più è quella del rapporto tra l'impatto della tecnologia cellulare e quello di Internet sulla quotidianità.
È un mio vecchio tarlo, e sono contento che qualcun altro ne scriva, come aveva già fatto tempo fa Google stessa.
Il motivo del mio interesse nella questione non è tanto quello sociologico o antropologico, che avendo superato il mio tempo studentesco non posso permettermi di maneggiare, ma l'avverarsi di una costante delle mie letture fantascientifiche.
E cioè che in ogni romanzo o racconto che descrive la storia del futuro non manca mai un arnese che permette di comunicare con chi si vuole, con schermo o senza, a milioni di anni luce o nella stessa base, e senza preoccuparsi troppo dell'eventuale infrastruttura.
Quell'arnese ormai ce l'abbiamo tutti, e la scatolina fischiettante con l'apertura a scatto di Kirk e Spock può finalmente trovare la pace dei grandi sogni dell'umanità: diventare un giocattolo per bambini.
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